Un covo di bastardi

Un covo di bastardi
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Londra, 2010. La Casa nella palude non è in una palude, e non è nemmeno una casa. Non ha un campanello, né buca per (impossibili) lettere. Solo una porta, tre piani, quartiere Finsbury, vicino alla stazione Barbican della metropolitana. Forse non era allora ancora abbastanza noto, sono uffici dove distaccano i Brocchi, agenti dell’ente inglese per la sicurezza e il controspionaggio (il noto MI5, colloquialmente “Cinque”) che si siano dotati di una grave macchia nel lavoro (crimini o danni di droga, ubriachezza, lussuria, tradimento, incapacità), falliti o fregati, riuniti a non fare praticamente niente, in attesa di inevitabili definitive dimissioni. Risultando pur sempre un ramo dei Servizi di King’s Cross, sembra un sistema efficiente per liberarsi delle persone senza doverle licenziare, aggirando problemi e minacce di cause in tribunale, lontano dai purosangue sul campo. Non costituiscono una squadra e da lì non si torna indietro. In quel periodo erano una decina, l’esperto Jackson Lamb in cima alla gerarchia, non più giovane, guance cascanti e stomaco debordante, unti capelli biondicci pettinati all’indietro sulla fronte alta, un bastardo rude, grasso e pigro, ma insospettabilmente agile. Incarica di controllare la spazzatura di un ex giornalista famoso il fresco River Cartwright, biondo e prestante, inguaiato otto mesi prima da un’esercitazione falsata. Dovrebbe trattarsi solo di una commissione banale ed episodica, si rivela un guazzabuglio di piani e di manovre, doppi e tripli giochi; c’è di mezzo anche il rapimento di un diciannovenne pakistano, terroristi veri e presunti (con la destra in primo piano) minacciano di decapitarlo. Morti a gogò, tutti mettono in gioco la vita…

Mick Herron ha pubblicato quattro polizieschi fra il 2003 e il 2009 prima di iniziare l’ottima apprezzata serie di Jackson Lamb, giunta nel 2018 al sesto romanzo. Il celebrato Slow Horses è il primo e la conoscenza italiana dell’autore inglese comincia alla grande. I “bastardi” del nostro titolo riprendono nella forma e nella sostanza un protagonista collettivo relegato in un “covo”, poliziotti reietti, parigini o napoletani o londinesi che siano (chiunque abbia avuto l’idea iniziale, probabilmente indipendente). Si parte da qui, forse da una seconda chance per alcuni di loro. E il tema non è datato: al centro ci sono vari imprenditori della paura, chi (avendone mezzi e poteri) investe sulla xenofobia e sulle emozioni contingenti di individui e gruppi sociali per determinare esiti politici, in un senso e nell’altro. Accurati i quadri offerti sul funzionamento (pure pratico e gergale) sia dei servizi segreti che delle multiformi destre inglesi (PJ forse si muove un po’ come Salvini). Già nel 2010 per essere credibili nel mondo del web occorreva dimenticare grammatica, sintassi, umorismo, buone maniere e critica letteraria. Una protagonista è la grande Londra, compresa la città sotterranea, estesa quasi quanto quella in superficie, senza comparire su nessuna mappa turistica: passaggi e tunnel progettati per proteggere il complesso sistema di governo nelle crisi. E poi i singoli agenti si procurano sempre un fondo fuga: qualche centinaio di sterline, un passaporto, la chiave di una cassetta di sicurezza. L’informatico manda death metal a tutto volume.



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