Un disco dei Platters

La Seconda guerra mondiale vive la sua sanguinosa e confusa stagione finale. L’Italia occupata è spaccata in due, gli Alleati avanzano verso nord, i tedeschi arretrano lasciando la morte dietro di loro. Sull’Appennino tosco-emiliano è notte, nevica che Dio la manda giù. Una schwimmwagen percorre a fari spenti una stradina nel bosco, a bordo un ufficiale nazista e un giovane brigadiere della Guarda Nazionale Repubblicana. Hanno paura della strada, hanno paura dei partigiani, hanno un freddo terribile ma sanno che la loro è una missione di importanza essenziale: mettere al sicuro quattro cassette di documenti che non devono assolutamente cadere in mano nemica. Purtroppo per loro però la missione fallisce: da valle si odono nel bosco raffiche di mitra, lo scoppio di due bombe a mano. Della schwimmwagen e dei suoi occupanti qualche ora dopo non c’è più traccia, malgrado le febbrili ricerche dei soldati tedeschi. La mattina successiva, in un paesino poco lontano, una donna in cerca di legna per il fuoco trova il cadavere di un giovane in riva al fosso della Guelfa, un torrente che la tradizione popolare vuole infestato da una creatura infernale, la Borda: e infatti il corpo senza nome ha occhi, naso e labbra strappati via, come mangiati da una belva… Inizio degli anni Sessanta, nello stesso paesino di montagna. Cinque ragazzini giocano alla guerra tra le rovine della Abbazia della Regina e il moncone dell’antica torre di guardia: li interrompe il “Romitto del Castagno”, un tipo un po’ strano che si è messo in testa di fare il guardiano di quei ruderi e ci abita dentro, da solo. L’uomo inizia a raccontare ai ragazzini una leggenda di regine arcaiche e di tesori: a stare a sentir lui, sotto un pero da qualche parte nel bosco lì vicino è sepolto dell’oro. Quella sera stessa Claudio, uno dei ragazzini, incrocia la sorella più grande Silvia, impegnata in una grigliata attorno al fuoco con i suoi amici. La ragazza lo rimprovera perché non è ancora tornato a casa: ha solo otto anni e non può andare in giro a quell’ora per i boschi. Claudio le spiega che sta cercando un pero, il pero del tesoro, e che alle dieci al massimo promette di essere a casa. A notte fonda Bleblè, un paesano che è sulle tracce di una faina che gli massacra le galline del pollaio, ode un’esplosione nel bosco: una mina lasciata dai tedeschi? Ma sono vent’anni che non se ne trovano più da quelle parti! Accorso sul luogo dell’esplosione, l’uomo trova il cadavere dilaniato di Claudio proprio su un sentiero che lui stesso ha percorso mille volte senza problemi. E quella notte maledetta non è ancora passata: non è tornato a casa neanche Rino, un altro dei cinque ragazzini: due giorni dopo il suo cadavere viene trovato nella Guelfa. Non ha più gli occhi, il naso e le labbra. Un’altra vittima della Borda…

Il secondo romanzo della serie del maresciallo campano Santovito di Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini dopo il magnifico Macaronì è ambientato a distanza di qualche decennio dal precedente. Il protagonista torna nel paesino appenninico in cui ha vissuto la sua prima avventura: lo muove la nostalgia, lo travolgerà l’amore ma soprattutto lo coinvolgerà profondamente una vicenda di morte e mistero che affonda le sue radici nella Seconda guerra mondiale di fronte alla quale il maresciallo in servizio in paese non sa che pesci prendere. Santovito fosse per lui non avrebbe nessuna intenzione di farsi coinvolgere, occupato com’è a inseguire ricordi, a inquadrare volti conosciuti o trasformati, a conteggiare gli assenti, a riconoscere e a dimenticare. Tra suggestioni autobiografiche (Guccini ha spesso dichiarato che la prima canzone che ha scritto, da ragazzino, era un plagio sfacciato di Only you dei Platters) e celebrazione delle radici comuni dei due autori (sono nati tutti e due nella stessa vallata che si inoltra verso la Toscana, Pavona e Vergato sono a una trentina di chilometri di distanza, o forse meno) si snocciola un giallo non privo di fascino, di certo piacevole e ben scritto ma altrettanto certamente imperfetto.



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