Un doppio sospetto

Un doppio sospetto
Reykjavík. Jeans neri, camicia bianca, giacca e scarpe eleganti: il predatore si è vestito così, per andare a caccia stasera. Si è infilato in un pub affollato, poi in un altro e in un altro ancora e a lungo ha studiato gli altri avventori, cercando una potenziale preda. La ragazza che beveva da sola, quella con la maglietta San Francisco e la pashmina sulle spalle, gli è sembrata da subito perfetta. Ci ha attaccato bottone con la consueta faccia tosta, ci ha chiacchierato a lungo, sorridente, pregustando lo stupro e rigirandosi tra le dita, in tasca, le pillole di Roipnol da sciogliere di nascosto nella birra di lei. Ma qualcosa deve essere andato storto, perché due giorni dopo alla centrale di polizia è arrivata una denuncia. In un appartamento del quartiere di Þingholt è stato rinvenuto il cadavere sgozzato di un giovane uomo, tale Runólfur, incensurato. Indossa solo una maglietta – di diverse misure più piccola – con stampato su “San Francisco”, giace in una pozza di sangue scuro nella quale galleggia un preservativo usato. Lì vicino, una pashmina che profuma vagamente di spezie indiane e una giacca con la tasca piena di pillole di Roipnol, la cosiddetta “droga dello stupro”. Il caso viene affidato alla riflessiva detective Elínborg, che oltre al mestiere di poliziotta porta avanti quello di madre di due figli adolescenti, una figlia più piccola (e assai più saggia) e un figlio adottivo fuggito di casa. Elínborg si mette subito alla ricerca di una traccia qualsiasi, e piano piano emerge una storia che affonda le sue radici nel passato della vittima, in una provincia islandese dimenticata da Dio, dagli uomini e dalla luce del sole...

La saga dei poliziotti islandesi di Arnaldur Indriðason, che si alternano nel ruolo di protagonisti e personaggi secondari romanzo dopo romanzo, continua con un capitolo dall'atmosfera malinconica, cupa, plumbea nonostante l'inchiesta sia condotta da una donna. Ma si sa, queste sono donne dell'estremo nord: razionali, posate, silenziose, mica come le nostre scoppiettanti compagne mediterranee! Anche se a ben vedere un tocco femminile nella vicenda c'è: il plot ruota attorno alla piaga della violenza sessuale, che qui viene trattata con sdegno ma anche tatto, e l'approccio investigativo di Elínborg ha un che di materno, sa di buon senso, polpette di pesce, porri e purè di patate. Il ritmo lento e l'intreccio non troppo complesso non sono una novità per i noir di Indriðason, che ci ha abituato a protagonisti più che credibili e a un sano realismo. Che stavolta se possibile si fa ancora più plausibile, ma non per questo è meno avvincente.

 

 

 

 
 
 
 
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