Un favoloso bugiardo

Che Joschi Molnar è stato un tipo decisamente fuori dall’ordinario lo si capisce subito quando, per omaggiarlo a trent’anni dalla sua morte e a cento dalla nascita, una parte della sua scombiccherata famiglia si riunisce a Weimar. Joschi ha avuto cinque figli da cinque donne diverse, la sua seconda moglie e due bambini sono morti ad Auschwitz e lui stesso è stato imprigionato a Buchenwald. Ha trascorso il resto della vita amando un sacco di donne, raccontando un sacco di storie e dandosela a gambe appena si profilava un problema. Questo però non deve farcelo immaginare come un buontempone, visto che a settant’anni ha deciso di suicidarsi in un albergo, salvo che – avendo pagato soltanto per due ore ed essendo la pratica del suicidio un po’ più lunga e articolata – ha finito col tirare le cuoia in ospedale. Ora, quel che resta della sua famiglia si riunisce, non senza diffidenze e reciproche ritrosie, per ricordarne imprese, pregi, difetti e bugie. Il quartetto è composto dalla nipote sedicenne Lily, dalla madre di lei e dai suoi due fratelli Hannah – donna d’affari sempre attaccata al telefono - e Gregor che di professione testa giocattoli per bambini...
È lo sguardo sveglio e ironico della ragazzina Lily a raccontarci questa storia originale e indimenticabile che, con un piglio quasi da commedia brillante, riesce a presentare temi densissimi e importanti come quello dell’Olocausto e della identità ebraica. Una famiglia strana e un po’ ammaccata: Gabor e le sorelle non si vedono da trent’anni, eppure – superato l’iniziale e scontroso imbarazzo – il legame che li lega riesce, in qualche modo, a farli ritrovare e tenere uniti. Il weekend che passeranno insieme sarà pieno di sorprese, non mancheranno i litigi, ma ci saranno anche risate e reciproche confessioni. Su tutti aleggia lo spirito tragico e buffo del patriarca Joschi, uno per il quale il figlio Gabor compone il seguente epitaffio: “Amava le donne, ignorava la contraccezione, mentiva a tutto spiano e quando le cose si facevano complicate, se la svignava”. Questo non impedisce a figli e nipote di organizzare per lui una solenne cerimonia notturna clandestina, con finale alla stazione di polizia di Weimar. Susann Pasztor, che esordisce con questo romanzo a più di cinquant’anni, ha lavorato nella pubblicità e ha scritto a lungo come ghostwriter. Ha deciso di scrivere Un favoloso bugiardo anche per raccontare, in parte, la storia di suo padre che perse la prima moglie e la figlia nel lager di Auschwitz. La scelta di utilizzare come narratrice una teenager permette di dare alla vicenda la giusta distanza e rappresenta uno dei punti di forza di un romanzo imperdibile.

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