Un genio nello scantinato

Simon Norton è un ragazzino di una intelligenza fuori dall’ordinario: a tre anni è capace di fare moltiplicazioni complicatissime, a cinque arriva a calcolare fino alla tabellina del 91. Gli anni passano, e Simon riesce ad ottenere risultati che superano di gran lunga i valori medi dell’eccellenza scolastica. Giovanissimo, entra nell’équipe del famosissimo matematico John Horton Conway per lavorare alla teoria dei gruppi finiti, una delle più importanti ricerche della seconda metà del ventesimo secolo in questa disciplina. Ma anche le persone più brillanti ogni tanto possono commettere un errore e per loro, che credono così tanto nelle proprie capacità, questo può essere fatale. Nel 1985, infatti, Norton commette un errore di calcolo. Altri al suo posto non ci baderebbero, ma lui per questo motivo decide di scomparire dalla scena intellettuale mondiale. Molti anni più tardi, circa venti, l’autore di questo libro, Alexander Masters, vive a Cambridge e il suo padrone di casa è proprio Simon Norton che invece vive nello scantinato ed è una persona a dir poco eccentrica, trasandata, grassa: l’uomo si contorna di centinaia di orari di autobus che gli servono per compilare una sorta di bollettino sui trasporti pubblici, e colleziona sacchetti di plastica. Eppure in tutta quella desolazione Simon Norton non si piange addosso, è una persona solare e divertente che riesce a trarre il meglio dalla vita, e la vita in qualche modo lo ripaga…
Con il suo Un genio nello scantinato, Alexander Masters conduce il lettore verso una nuova forma del genere biografico, che affonda le sue radici in una narrazione tipica di elementi postmoderni. L’estetica è quindi simile a quella di Jonathan Safran Foer o dell’Emmanuel Carrère di Limonov. In questo caso specifico trattasi di stralci di diario, appunti, formule matematiche, articoli di giornale, immagini, fotografie, citazioni e soprattutto illustrazioni (notevoli, dello stesso autore, che è noto infatti anche come illustratore oltre che come scrittore). Il tutto per costruire la storia fittizia di un uomo vero. Masters approfitta della biografia romanzata per mescolare generi e forme letterarie, ma la forza della sua messa in scena la costituisce l’eccentrico protagonista. È così il romanzo a diventare biografia o la biografia a diventare romanzo? Per lo scrittore - a differenza del suo protagonista Norton che insegue solo la perfezione dettata dal calcolo - la letteratura ha confini molto labili, che si riscrivono di pagina in pagina, di capitolo in capitolo per mettere in scena una simmetria obliqua, che permette di costruire un personaggio dalle mille e più sfumature. In fondo il vero interesse di ogni narratore sono proprio i suoi personaggi e Masters non si smentisce in questo, costruendo un Simon Norton che, come direbbero gli americani, è certamente “larger than life”, più grande della vita stessa. Molti dettagli nel libro portano il lettore a farsi varie domande sul personaggio, domande che l’autore stesso, neanche riuscisse a entrare nella testa del suo pubblico, smentisce sottolineando che Norton non soffre di alcuna patologia (anche se il pensiero dell’autismo si affaccia più volte in questa narrazione dai contorni ironici e comici, che possiedono l’eleganza di un Jonathan Coe). L’altra domanda che il lettore si pone è semplice e chiara: fino a che punto saranno vere determinate caratteristiche di Simon Norton? La risposta è semplice, e la si trova molto facilmente nelle maglie di certe regole di narratologia.

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