Un gioco da bambini

Agosto 1988. Richard Greville, consulente psichiatrico della Polizia Metropolitana di Londra, inizia a indagare su incarico del Ministero degli Interni sul tragico evento che i giornali di tutto il mondo chiamano “il massacro di Pangbourne”, avvenuto due mesi prima. In un prestigioso complesso residenziale 30 miglia a ovest di Londra sono state massacrate trentadue persone (gli abitanti, due guardie e alcuni domestici) e dalle loro case di lusso risultano scomparsi tutti i figli delle vittime, ben 13 tra bambini e adolescenti. Fino a quel momento sono state fatte le ipotesi più incredibili ma non si è trovata nessuna spiegazione né ovviamente nessun colpevole. Greville si getta a capofitto nel caso: consulta i rapporti, visiona i filmati della polizia del luogo del delitto e poi si reca a Pangbourne di persona. Il complesso residenziale è recintato, consta di dieci lussuose palazzine tutte dotate di piscina e ogni comfort e tutte videosorvegliate h24. Il sistema video però è stato sabotato pochi minuti prima dell’assassinio delle due guardie armate, che ha dato il via al massacro. L’ipotesi più accreditata – sebbene sia incredibile e non stia in piedi per una serie di motivi – è che un commando di terroristi di provenienza ignota abbia fatto irruzione a Pangbourne, abbia ucciso tutti gli adulti e abbia preso in ostaggio i minori, portandoli in località ignota probabilmente per chiedere un riscatto in seguito. Ma nessuna richiesta in tal senso è ancora giunta, e sterminare i genitori che dovrebbero pagare il riscatto ha poco senso, del resto. Non è l’unica ipotesi in campo, però: c’è chi pensa sia stato un killer psicopatico solitario – magari esperto di tecniche di guerriglia o di arti marziali –, chi crede si sia trattato dell’esito imprevedibile di una esercitazione militare segreta sfuggita di mano, chi incolpa la mafia dell’East End di Londra, chi dice si tratti di un suicidio collettivo, chi fa misteriose allusioni agli UFO. Greville analizza gli indizi e inizia a pensare a un’ipotesi ancora più sconvolgente delle altre, ma mentre le indagini vanno avanti c’è una svolta: viene ritrovata Marion Miller, 8 anni, la più piccola dei ragazzi scomparsi. È in un carrello carico di sacchi della posta alla stazione di Waterloo, semisvenuta, con indosso un sudicio abitino di cotone e una sola scarpa. La bambina è sotto shock, non parla, non mangia, è in uno stato quasi catatonico: ripete solo ossessivamente degli strani gesti e fa un sinistro sibilo con la bocca…

Lo sfondo sul quale si snoda questa inquietante vicenda è la Gran Bretagna del thatcherismo trionfante: sottolinearlo ha la sua importanza, perché la coloritura sociale e culturale ha un ruolo decisivo in questa favola nera che è sì un thriller, ma anche un pamphlet contro la genitorialità post-anni Settanta. Che i colpevoli dell’eccidio di Pangbourne siano i figli delle vittime si capisce già alla seconda pagina, quindi non accusateci di spoiler (e certo intitolare nell’edizione italiana il romanzo Un gioco da bambini in luogo dell’originale Running wild – scelto, invano, da James G. Ballard proprio per non dare indizi al lettore – non pare una scelta molto lungimirante), che questa mostruosa rivolta sia avvenuta contro il “troppo amore” e l’affettuoso ma soffocante controllo esercitato dai genitori contemporanei sui loro figli si apprende invece pagina dopo pagina, in un crescendo di incredulità. Come “primum movens” di una strage crudele e brutale parrebbe infatti un po’ deboluccio anche al più hippy dei pedagoghi, diciamolo. E infatti siamo di fronte a uno dei romanzi di Ballard meno riusciti, un’indagine piena di metafore e sottotesti che all’autore paiono stare a cuore più della tensione narrativa, della coerenza del plot, della verosimiglianza della storia. Un romanzo di circa 100 pagine che si leggono in un amen e che non riescono a colpire il lettore in profondità. Data la natura del tema, questo è un peccato non veniale.



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