Un giorno di questi

Un giorno di questi

Se, negli anni Ottanta, vivevi a Napoli, di canaglie capitava d’incontrarne parecchie, un po’ come adesso, d’altra parte. Se facevi il cronista di nera, poi, arrivavi anche a dargli del tu, a piombargli in casa per intervistare genitori o parenti e, magari, anche a farti offrire un caffè da loro, nelle ore più strane. Le redazioni dei giornali, allora, erano diverse. Diverse non solo perché era Napoli, ma perché erano gli anni Ottanta. E quindi: telefoni duplex, rotative che facevano tremare i palazzi, le edizioni del pomeriggio, che al Giornale Piccolo si chiamavano Ultimissime, la posta pneumatica, con i bossoli per mandare i pezzi da un piano all’altro, un unico telefono – quello del caporedattore, naturalmente ‒ abilitato alle chiamate interurbane, e stanze e androni e i corridoi pieni di fumo. Perché, negli anni Ottanta, si fumava ovunque. E non solo a Napoli. Le sigarette erano dappertutto e sempre. Le Muratti le fumavano i bancari, quelli che si erano sistemati, insomma. Le Nazionali erano le sigarette del popolo, mentre le Mercedes, quelle delle vecchie zie. Le Gitanes le fumava Marco Pannella. Bettino Craxi, no. Craxi preferiva le Salem alla menta. Le Pall Mall, le Lucky Strike, le Camel e le Marlboro erano le sigarette dell’arrivo degli americani, quelle che ‒ diciamolo ‒ con una ragazza erano sempre garanzia di bella figura. E poi, proprio come le sigarette, a Napoli c’era anche un’altra entità dappertutto e sempre: Raffaele Cutolo, che, allora, costituiva il solo, grande, orizzonte…

Non la Napoli del panorama del Golfo, della pizza, delle sfogliatelle e dei presepi di San Gregorio Armeno. Altri sono i luoghi e i tòpoi della Napoli su cui si snodano le vicende narrate da Marco Ciriello: le scene dei delitti di camorra, le redazioni dei quotidiani, il tribunale con i cartelli scritti a penna, il Dormitorio pubblico, i parcheggiatori abusivi, le raccomandazioni esplicite e il Lotto, come emblema della “cattività di un popolo, prigioniero dei propri sogni”. Li ricorda, in prima persona, una voce narrante di cui, almeno inizialmente, si conosce poco. Si sa che è un giornalista di cronaca nera, il quale, dopo anni trascorsi a scrivere di fatti di sangue, si è spostato a Roma e che, (forse) a fine carriera e una volta ritornato a Napoli, fa un bilancio della propria attività. Il risultato? Si sente un sopravvissuto. Tanto sono stati densi (di sangue, di nicotina, di santi a cui si dà del tu…) gli anni degli esordi, nella Napoli degli anni Ottanta, che i molti poi trascorsi nell’Urbe come giornalista parlamentare, in confronto, sono vuoti, considerando che di quelli ricorda solo la forfora di Buttiglione sulla giacca. E su quella Napoli ‒ “una città immobile che rispinge tutto, vendicativa, ancora non ha digerito il fatto di non essere più capitale” – Ciriello intreccia le sue storie e costruisce il suo romanzo. Anche se, vuoi per l’io narrante che imprime al tutto un sapore di memoir, vuoi perché gran parte dei personaggi e dei fatti descritti sono realmente vissuti e avvenuti (Luigi Giuliano, Pupetta Maresca, il caso Giancarlo Siani…), vuoi perché la complessità di Napoli è illustrata con abilità magistrale, si fa fatica, da lettori, a considerare il libro come opera di pura fiction. Marco Ciriello è nato nel 1975, per cui, quando si muoveva nella Napoli di Maradona, non solo non era ancora un giornalista e uno scrittore, ma era poco più di un bambino. E, quindi, doppiamente bravo.



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