Un giorno scriverò di questo posto

Un giorno scriverò di questo posto
Binyavanga Wainaina ha sette anni quando il presidente del Kenya Kenyatta muore. È il 1978 e il nostro protagonista è un bambino attento e sensibile molto osservatore del mondo che intorno a lui cambia. Nella Rift Valley, una delle zone più ricche della regione, il piccolo Binyavanga conosce il piacere delle buone letture sullo sfondo di una famiglia altoborghese, benestante. Passano gli anni e dall’infanzia felice in Kenya arriviamo al Sud Africa degli anni dell’università, alle visite ai parenti ugandesi per parte di madre (nota importante, Binyavanga è figlio di una madre e di un padre appartenenti a due tribù differenti), i viaggi e il mondo fuori dai confini africani una volta divenuto adulto, compreso il famigerato e agognato Occidente…
Wainaina utilizza la forma del memoir non per raccontare se stesso, o per meglio dire utilizza se stesso per raccontare l’Africa nelle sue sfaccettature, lontane dai cliché occidentali fatti di povertà estrema, AIDS, guerre civili, ovvero tutti quegli “elementi” dei quali gli occidentali credono sia composta la quotidianità e la vita media dell’intero continente. E infatti questa non è un’Africa povera, ma un’Africa ricca, di denaro e di contraddizioni; una babele linguistica e religiosa che si frastaglia in tanti piccolissimi pezzi e sentimenti, che però è fatta di tante cose, come magari più banalmente ci avevano già mostrato i piacevoli gialli di Alexander McCall Smith. È un’Africa borghese, che ironizza sull’idea che il mondo ha di lei. Proprio questo il punto più interessante del volume, che analizza visioni e differenze di un mondo sostanziale, nuovo, moderno ma di una modernità diversa, personale e al tempo stesso impersonale. Una scrittura anomala e originale che mescola lividezza e ironia, dramma e divertimento con grande intelligenza, con straordinaria inventiva, ma soprattutto con un’eleganza ante litteram, in cui il tema è quello atavico del ritorno, alla e dalla vita, sul passato e sul presente. L’Africa nelle sue particolarità paradossalmente diventa un non luogo dove si formano armonie e sentimenti dai quali è necessario fuggire per potervi ritornare e poter capirne l’essenza, la verità, di se stessi e del proprio senso di appartenenza. Per questo, l’autore scrive di un mondo forte e ricco, intenso e meraviglioso, ma anche brutto, come può esserlo nella sua normalità qualsiasi mondo incapace di accettare se stesso e la sua evoluzione. Eppure tutti i mondi alla fine devono fare i conti con quello che si è. Anche se rimandare sembra la pratica più usuale. Binyavanga Wainaina prende di petto la situazione e mette in riga sia l’Africa che il mondo occidentale in egual misura e propone un ritratto straordinario con il quale fare questi conti. Nel bene come nel male, e con grande classe.

 

 

 

 
 
 
 
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