Un infinito numero

Un infinito numero

“Io, Timodemo, nato greco e venuto in Italia per essere venduto a Napoli sul mercato degli schiavi”. Nauplia, poche miglia da Argo. Una madre di nome Pasitea, prostituta, vende il figlio a un uomo tarchiato e pelato che si atteggia a filosofo: Musodoro. Egli “educa” piccoli schiavi a Dorikronos, piccolo villaggio sotto il cocuzzolo di una montagna. Il piccolo Timodemo si ritrova tra le pietraie e le vipere a subir soprusi e ordinarie violenze, reificato come gli altri ragazzini, palpato e testato dai clienti che arrivano nel brutto villaggio a fare acquisti. Studia da grammatico, e come tale mercanzia è presentato. Un giorno viene portato a Napoli, messo in mostra sulla piazza del mercato. Là trova Publio Virgilio Marone, il poeta, che lo riscatta per quattromila sesterzi e lo accompagna nella sua villa di Pozzuoli, a fargli da segretario e trascrivente. Timodemo, in casa di Virgilio, scopre la lettura, un libro dopo l’altro e “la consapevolezza di se stesso e degli altri”. Roma intanto, stremata dalle guerre civili, segue Ottaviano e il rivale Marco Antonio battagliare a suon di propaganda sui muri. Una nuova era si affaccia sulle rive del Tevere e Mecenate, il ricco protettore di artisti e poeti, elegge la poesia come linfa vitale per la rinascita, e Virgilio cantore del poema fondante, il poema delle origini di Roma. Mecenate, noto come l’Etrusco, non ha dubbi: sulla via delle Dodici Città, nel paese dei Rasna, in Etruria, affondano le radici di Roma. Virgilio è scettico: come può una civiltà che non ha lasciato una sola traccia di letteratura, essere stata così grande? La risposta è il e nel viaggio che Mecenate, Virgilio e Timodemo compiono verso le segrete e sacre stanze dei Rasna, portandosi dietro una banda goliardica e “romana” di amministratori gaudenti, danzatrici lunatiche, servi stanchi e irritati per le difficoltà del percorso. Un viaggio balbettante ed estenuante, che rimbalza sui ciottoli della Cassia e riposa sui pagliericci cenciosi di qualche sperduta locanda; che odora di prelibatezze culinarie etrusche e di bagordi notturni e risvegli storti. Un viaggio che porta a Sacni, in mezzo ai Rasna, nel bosco davanti al tempio di Velthune e il tempio di Northia. Nella musica crescente e nel lungo silenzio del bosco e del tempio di Mantus…

Marginale alla Storia, schiavo e poi riscattato, compagno di viaggio e improvviso protagonista, Timodemo è cantore del viaggio nell’ultimo giorno di vita della civiltà dei Rasna, l’ultimo chiodo affisso alla parete del tempio di Northia: il tempo etrusco. Poi, nulla sarà più, solo ricordo e frammento di frammenti che sfugge al componimento, alla scrittura. Una notte lunga dieci secoli, un passato di miriadi di storie che scorre nelle vene dei tre viaggiatori, ma che non si dà a nessun libro perché gli Etruschi non ne lasciarono. “Io, Timodemo” scandisce il ritmo della narrazione di Vassalli (1999), capitoli brevi come arpeggi racchiusi dalla ricorrente cornice (l’autore, oggi, seduto su una panchina, riceve l'improvvisa visita di Timodemo e del suo lungo racconto): la giovinezza in schiavitù, l’incontro con Virgilio e Mecenate, il viaggio, i Rasna, la Finis Etruriae e il travaglio dell’Eneide. E la scrittura a legare: assente nei Rasna – ché, presente, sarebbe definizione e quindi morte – e presente in Virgilio, nella Roma dei trionfi, tra i poeti, in inguaribile ingarbuglio con la Fama, invincibile e instancabile mostro “con occhi vigili, orecchie ben tese e lingua sonante” che innalza e abbatte, dà illusione di immortalità e oblio. Ecco che Aisna, il Divino, dice in sogno a Timodemo che le parole sono fili intorno ai quali gli uomini si dibattono come nella tela di un ragno le mosche. Invece là, nelle vene della terra circondata dai boschi dell’Etruria, una molteplice epifania stordisce e conduce il popolo degli Etruschi, che nella danza si fa musica, che in Velthune venera la trasformazione e la vita, e in Northia il tempo, in Mantus il nulla. Infinito numero di veli a disvelarsi, passati vivi ad attualizzarsi. Urobòros, il serpente che si morde la coda, è il significativo bracciale avvolto al polso di Timodemo. Tinia (il Sole) è sceso dietro l’orizzonte, cade e scompare l’Etruria. Roma ingorda s’avanza e si espande, conquista e trova il suo poeta-cantore: l’amareggiato Virgilio. L’Eneide, nonostante il suo autore, è pubblicata ed Enea è l’eroe delle fondamenta. La musica, in apparenza, si ferma ed è con sospesa nota di nostalgia che il movimento storico è colto nel suo farsi, attraverso il viaggio marginale e la distanza esperita da Timodemo, che a un tratto, lucidamente, si ritrova a “ragionare come un etrusco”.



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