Un marziano a Roma

30 ottobre 2015. Ventisei consiglieri comunali hanno da qualche ora depositato presso lo studio di un notaio romano ‒ con un atto inedito e inaudito ‒ le proprie dimissioni, decretando la decadenza di Giunta e Consiglio. Dopo una drammatica conferenza stampa in Campidoglio, il sindaco di Roma Ignazio Marino torna nel suo ufficio e si affaccia a guardare i Fori imperiali. Si sofferma soprattutto sull’area dove fu posta la pira funebre di Giulio Cesare dopo le idi di marzo del 44 avanti Cristo. È incredibile lavorare in un luogo così pieno di ricordi – fisicamente pieno di ricordi, si potrebbe dire – e di illustri fantasmi. L’aria è fresca e la voglia di rimanere solo per lenire l’amarezza con il potere salvifico della bellezza del paesaggio è tanta. In pochi istanti la magia è compiuta: il sindaco non pensa più a quanto ha detto poco prima ai giornalisti assiepati nella Sala della Promototeca, e nemmeno al destino a dir poco incerto dei tanti progetti messi in piedi e faticosamente portati avanti nei mesi precedenti per la capitale d’Italia. Ogni pensiero cosciente svanisce, come a Marino è successo innumerevoli volte mentre si lavava le mani e le braccia prima di entrare in sala operatoria, quando era un chirurgo di fama mondiale e non un politico. Le manovre del premier Matteo Renzi, che sin dalla primavera 2015 ha fatto di tutto per far cadere un sindaco che egli stesso ha sempre definito onesto ma che ha l’intollerabile difetto di non essersi voluto omologare all’idea renziana di Partito Democratico, di non essersi piegato alle indicazioni piovute dall’alto, alle liturgie e ai giochi di potere della politica italiana, sono arrivate a compimento. La mattina seguente l’ormai ex sindaco Ignazio Marino è di nuovo in ufficio: ha l’abitudine di lasciare tutto pulito e in ordine (a volte passa persino lo straccio in terra per togliere dal pavimento le righe nere lasciate dai trolley dei suoi ospiti). Chi ha occupato quell’ufficio prima di lui non ha fatto altrettanto, in tutti i sensi…

“Questo libro non è un testamento né una vendetta”. Lo ha tenuto a precisare proprio Ignazio Marino qualche mese fa durante l’affollatissima conferenza stampa di lancio, mettendo le mani avanti. “È un volume di analisi e di prospettiva”, ha sottolineato allora l’ex sindaco di Roma, protagonista suo malgrado di una vicenda senza precedenti, costretto a dimettersi con un atto formale organizzato non dalle opposizioni, ma addirittura da membri della sua Giunta e del suo partito, il PD, in un’atmosfera da congiura. “Lo definirei un gesto d’amore verso i romani e spiega i motivi per i quali Roma è in queste condizioni”. Se non è la vendetta ad animare queste pagine, di certo lo è una ferma determinazione a denunciare senza censure, a mettere i puntini sulle i, a scoperchiare il vaso di Pandora della malapolitica costi quel che costi, con la sfrontatezza di chi non ha più nulla da perdere. Non è nostro compito stilare un bilancio dell’esperienza da sindaco di Ignazio Marino, né lanciarci in analisi politiche generali che non ci competono. Ci compete invece giudicare questo memoir vibrante, che si differenzia – e di molto – dai tanti instant book di uomini politici che ogni anno si affollano sugli scaffali delle librerie. Non può non colpire il lettore infatti, qualunque credo politico esso abbia, la presenza di tanti clamorosi “dietro le quinte” con nomi e cognomi e accuse molto pesanti che vanno ben oltre le rivelazioni dell’inchiesta su “Mafia Capitale” e sorprendono per la loro veemenza. Avete mai sognato di essere presenti ad una riunione tra sindaco e assessori o tra sindaco e vertici locali dei partiti, scoprendo cosa si dicono veramente, al di là delle dichiarazioni di facciata? Vi piacerebbe da matti leggere un sms mandato dal Presidente del Consiglio al Sindaco della capitale d’Italia su un tema importante come l’organizzazione del Giubileo e lo stanziamento di centinaia di milioni di euro? Leggendo questo libro finalmente potrete coronare questi (piccoli, per carità) sogni: e fidatevi, vi si accapponerà la pelle. Il libro ha lo stesso titolo della strepitosa pièce teatrale di Ennio Flaiano del 1960 perché sin dai primissimi mesi del suo mandato Marino è stato definito “marziano” (credo per la prima volta da Roberto D’Agostino su “Dagospia”, ma potrei sbagliare) a causa della sua evidente estraneità alle consuetudini della politica romana e alla apparente candida goffaggine con cui si muoveva nei “salotti” in cui i big della finanza, della comunicazione e del sindacalismo fanno e disfanno il destino di chi siede in Campidoglio, praticamente da sempre. Probabilmente però il contenuto sarebbe stato ben diverso se il libro ‒ come inizialmente previsto da Marino ‒ fosse stato un bilancio di metà mandato, proiettato su un futuro roseo dopo quasi tre anni passati a mettere a posto i conti (impresa titanica che l’Amministrazione Marino ha effettivamente portato a termine, va sottolineato) per poi decollare con interventi radicali e lavori pubblici di grande portata. Un progetto spazzato via da Matteo Renzi con una scelta strategica rivelatasi suicida, col senno del poi.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER