Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto

Un matrimonio, un funerale per non parlar del gatto

È ancora un bambino ansioso di conoscere il mondo quando accompagna la zia a un matrimonio. Uno di quei matrimoni che oggi non si vedono più, con lunghe camminate in montagna compiute dagli sposi e dai loro ospiti per raggiungere la chiesa e i luoghi del banchetto, la processione prima si ferma a casa della sposa per il pranzo e poi a casa dello sposo per un’abbondante cena. Cibi d’altri tempi, musica e balli fino a notte a fonda, fino a che il commiato della giovane coppia pone termine al gozzovigliare… Il periodo più vivo nella memoria di un bambino è quello legato agli anni scolastici, ma è una scuola lontana quella riproposta, quando la maestra severa riusciva a farsi ascoltare, non come oggi, quando in aula si svolgevano i compiti in classe e non quelle che ora vengono chiamate verifiche, quando un genitore che si presentava a chiedere come se la cavava suo figlio, ricevuta una risposta negativa poteva dare seguito a punizioni esemplari... I nonni osservano i nipoti giocare sull’erba, così diversi da come erano loro nell’infanzia. I vestiti, i giocattoli, i gesti e persino il modo in cui si rivolgono agli adulti mostra l’incredibile divario che li separa… Quel gatto dal nome sdolcinato che proprio non piace, Pallino, affidatogli da un’anziana vicina debole di cuore e prossima ad abbandonare questo mondo. Un gatto che appare e scompare, sfuggente come una porta che sbatte per un colpo di vento. Che sia frutto di un inganno, di una suggestione?

“Ascoltatele, invece, le ninne nanne popolari: sono momenti di disperazione, di maledizioni. Il padre non c’è mai, è al campo, al mercato, all’osteria, la donna è lì, sola, con la fatica e la fame, i conti che non tornano, contro il mondo, contro lo stesso marito, e soprattutto se il bimbo è una femmina questa viene messa in guardia, attenta, non fare come ho fatto io, scappa da questa vita di patimenti”. Questa come altre riflessioni svelano la verità di un passato campagnolo e rustico che al di là di facili idealizzazioni, è fatto di mortificazioni e sofferenze. Nei ricordi di Guccini - poliedrico cantautore, insegnante, glottologo, attore - si palesano episodi di festa e piccole gioie paesane legate in particolare a momenti conviviali che si alternano a lutti improvvisi, tragedie a cui l’uomo non può porre rimedio, immagini di una terra fatta di persone semplici aggrappate alla vita per quello che è, senza fronzoli. Il linguaggio semplice e ricco di aggettivi stimola il lettore, l’autore gli si rivolge in modo colloquiale, diretto, con domande come: “Ma voi lo avete mai visto un mercato? Un mercato di quelli di una volta, dico”, ed ecco che i ricordi prendono forma, i colori del mercato, la gente stipata sulla corriera, i vestiti buoni, l’emozione per gli acquisti. Erano i tempi del baratto, della marcata distinzione sociale tra le classi, delle scarpe indossate solo nei giorni di festa. Tempi che svanirebbero in un limbo se una memoria fedele non li custodisse per noi.



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