Un Natale in Holmes

Un Natale in Holmes
Per un temperamento razionale e poco incline al romanticismo il Natale vittoriano, coi suoi cantori di carole per le vie, le corone di agrifoglio e l’oca ripiena, può apparire alquanto noioso. Almeno è tale per Sherlock Holmes. Ma le persone in ambasce che chiedono aiuto alla più brillante mente d’Inghilterra per fortuna non mancano mai, e i loro problemi sono un toccasana contro il tedio delle festività. I taccuini del dottor Watson registrano molte storie singolari avvenute in pieno periodo natalizio. A volte si tratta di crimini sventati per un soffio, come quando la giovane Millicent Bayliss, per impedire l’assassinio del padre, costrinse l’investigatore e il suo fido biografo a trascorrere la Vigilia di Natale nella propria tenuta nella brughiera. A volte la questione si presenta ai limiti del paranormale come quella volta in cui un banchiere che risiedeva nella dimora precedentemente abitata da un tremendo spilorcio convertitosi alla prodigalità venne visitato da tre fantasmi secondo lo schema della novella dickensiana. Nell’alloggio che l’implacabile cacciatore di delinquenti affitta dalla brava signora Hudson si sentono raccontare tante vicende bizzarre: un quadro il cui soggetto si trasforma di giorno in giorno, conducendo il suo possessore sull’orlo della follia; un abete destinato a troneggiare nel salone di un duca, rubato e sostituito senza ragione apparente con un albero simile. Ligio alla tradizione o servito con delitto, al 221B di Baker Street il Natale non è mai banale...
Nel canone holmesiano “Il carbonchio azzurro” inaugurava i racconti di ambientazione natalizia. Conan Doyle non ne scrisse altri, ma questa raccolta di apocrifi rimedia alla mancanza. Il lungo sodalizio di Holmes e Watson si arricchisce così di quattordici vicende che si svolgono in prossimità della festa più celebrata dell’anno. Nessuna licenza o stravaganza alla Guy Ritchie in questi episodi. Sherlock è fedele al temperamento e allo stile che gli ha attribuito il suo creatore: algido, compassato, immerso nel suo studio appestato dal fumo di pipa, pronto a gettarsi su ogni occasione per sfuggire all’inattività intellettuale. Magari lasciando a metà la cena della Vigilia per prestare ascolto a un inopportuno cliente, facendo sospirare al paziente Watson il momento di gustare l’immancabile pudding. Fra gli autori c’è chi gioca ad intersecare realtà e finzione, facendo ricorrere ai lumi di Holmes il reverendo Charles Lutwidge Dodgson, che aveva pubblicato sotto pseudonimo la favola di una bambina passata attraverso uno specchio e che per la sua passione di fotografare ragazzine in abitini minimali era finito nelle sgrinfie ricattatrici del professor Moriarty. C’è poi chi fa incrociare la strada del poliziotto privato con quella dei proseliti di Aleister Crowley e dell’Order of the Golden Dawn. Torna anche, appassita ma sempre affascinante, quella tal Irene comparsa in “Uno scandalo in Boemia”, che da allora per Sherlock è sempre rimasta “la donna”. Più comprimario che semplice sfondo di queste avventure è il clima natalizio promesso dal titolo (italiano), un insieme di odore di neve e di aghi di pino, di luci che forano il biancore denso della nebbia londinese, di tavole scintillanti e di aroma di spezie e dolciumi. Quel genere di atmosfera che, anche nella più torrida estate, fa sognare camini accesi e tè bollenti da sorseggiare piano, mentre il gelo viene chiuso fuori dalla porta e da qualche parte le voci di due vecchi amici si scambiano gli auguri di rito: “Buon Natale, Watson”, “Buon Natale, Holmes”.

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