Un osso in gola

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New York. Salvatore “Sally” Pitera è un mafioso italoamericano da manuale: centotrenta chili, parrucchino, gusti a dir poco kitsch nell’abbigliamento, un “incrocio tra Sonny Bono ed Hermann Goering”. È un uomo dai passatempi semplici: ingozzarsi di calamari surgelati fritti al “Villa Nova”, un orrido ristorante italiano, guardare la tv sbracato sul divano e fare il suo lavoro, ovvero riscuotere il pizzo e minacciare chi non paga puntuale. Ha fatto assumere come sous-chef al “Dreadnaught Grill”, un locale alla moda arredato come una nave da crociera, suo nipote Tommy, un ragazzo sveglio e capace, entusiasta e fresco di diploma in gastronomia, che è subito diventato l’ombra dello chef, Michael Ricard, un tossico che tiene al suo costosissimo coltello da lavoro più della sua vita. Il locale è di proprietà di Harvey, un ex dentista che è finito nei guai con la giustizia e ha un sacco di problemi con la ex moglie. Nessuno sa che il “Dreadnaught Grill” in realtà è una copertura messa su dall’FBI per incastrare i boss mafiosi della zona e che il proprietario è un informatore. Ma a loro volta i poliziotti non sanno che Harvey fa il doppio gioco con loro e si è messo in testa di creare davvero un ristorante di successo. Schiacciato dai debiti che ha con la mafia, Harvey viene malmenato e minacciato da Sally Pitera: si lamenta con i suoi contatti tra i Federali e viene incoraggiato da loro a chiedere soldi in prestito anche a una cosca rivale di quella per cui lavora Pitera, nel tentativo – molto pericoloso – di “far precipitare” la situazione. Intanto lo chef viene scambiato dalla pattuglia che controlla il ristorante per Tommy e arrestato mentre va a comprare un po’ d’eroina: a quel punto i poliziotti si vedono costretti a tirare dentro al gioco del “soffia soffia” anche l’inaffidabile Michael. E Tommy? Oltre a imparare a cucinare sempre meglio e a sniffare eroina, al “Dreadnaught Grill” ha imparato a soffiare la cameriera più carina al proprietario: va tutto alla grande, insomma. Quando lo zio Sally lo coinvolge in un sanguinario agguato mafioso proprio dentro al ristorante però anche per lui le cose iniziano ad assumere una luce molto sinistra…

Prima che la sua carriera in cucina toccasse la vetta. Prima di arrivare in tv. Prima di diventare famoso. Prima di Kitchen confidential. Era il 1995 quando il compianto chef-rockstar Anthony Bourdain esordì alla scrittura, non con un libro di Gastronomia come sarebbe stato normale aspettarsi, ma con un romanzo. È questo Un osso in gola, un hard-boiled ambientato nel sottobosco di New York tra mafiosi italoamericani, tossici e poliziotti assai diversi da quelli che siamo abituati ad incontrare nelle serie tv noir: né eroi, né maledetti, semplicemente annoiate (e noiose) persone “normali”. Il romanzo non brilla certo per originalità, è sicuramente costruito con razionalità e scritto con verve ma nulla di più: il quid che lo rende davvero interessante è ciò che della sua vita privata e professionale Bourdain ci ha messo dentro. Ci sono due personaggi abbastanza chiaramente autobiografici: il disincantato chef Michael Ricard, tecnicamente impeccabile ma con la scimmia sulla schiena (e anche Bourdain aveva conosciuto l’abisso della dipendenza da eroina) e il giovane Tommy Pagano (palesemente modellato sul Bourdain appena uscito dal Culinary Institute of America). Ci sono le descrizioni delle preparazioni e delle ricette, ci sono i dietro le quinte dall’ambiente delle cucine professionali. È abbastanza per non ripiangere la lettura, anzi. Il regista Graham Henman nel 2015 ha tratto da Un osso in gola un film interpretato da Ed Westwick, Tom Wilkinson, Andy Nyman e Vanessa Kirby.



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