Un pasto in inverno

Un pasto in inverno
Il tenente Graaf dice: «Più tardi ne arriveranno altri, domani ci sarà da lavorare e toccherà alla vostra compagnia». Significa che i soldati dovranno uccidere. Ancora. Emmerich, Bauer e un altro però vanno dal comandante e spiegano che loro preferiscono la caccia: le fucilazioni li deprimono e di notte, poi, le sognano. Il comandante capisce – un tempo, nella vita civile, era quasi coetaneo dei tre, ora sembra più vecchio – e dà il permesso. All'alba i soldati si incamminano e sanno già che sarà difficile, sotto quel cielo ghiacciato, in mezzo a tutta quella neve. Emmerich tra i passi parla di suo figlio: ha paura che inizi a fumare. Bauer e l'altro danno qualche consiglio, ma non sanno bene cosa dire: non hanno figli. Poi, in una buca, con addosso molti strati di vestiti e in testa un berretto con sopra un ricamo, lo trovano: un ebreo. Riportarlo al campo significherebbe garantirsi un'altra giornata lontano dalle fucilazioni, ma dopo un pasto consumato in una casa abbandonata Emmerich proporrà: «Lasciamolo andare, questo qui»... 
Il fulcro di Un pasto in inverno di Hubert Mingarelli è un dubbio: tre soldati nazisti s'interrogano se sia meglio salvare la vita a un prigioniero o portarlo al campo di concentramento. Prima di arrivare a questo, però, i tre preparano – e poi consumano – una zuppa all'interno di una casa. In questa scena, che è stata definita dallo stesso autore una sorta di tregua, ogni cosa è descritta nella sua essenzialità eppure allo stesso tempo si rivela completamente: la neve che diventa acqua, un cucchiaio di legno, dodici fettine di salame, i cristalli di ghiaccio sul muso di un cane e il volto di un polacco che partecipa al pasto, di cui Mingarelli ci dice solo che “parla la lingua universale della cattiveria”. Più ci si avvicina alla conclusione, però, più Un pasto in inverno diventa difficile da digerire: racconta di persone incapaci di vedere le cose con occhi diversi dai propri, del confine tra umano e insensibile e si conclude in un modo che tormenta i pensieri anche diversi giorni dopo aver chiuso il libro. Forse è anche per questo che il romanzo merita di essere letto: come diceva Primo Levi “è avvenuto, quindi può accadere di nuovo” e questa storia è un invito a considerare con più attenzione quel che succede e a riconoscere un errore partendo da un dettaglio. 

 

 

 

 
 
 
 
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