Un posto nel mondo

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Tutto è tranquillo, silenzioso e pulito, in clinica. Michele - trentacinque anni, un libro pubblicato all’attivo, un contratto già firmato per un secondo, qualche articolo, qualche intervista come free lance e diversi mestieri secondari per arrotondare - è seduto su una scomoda sedia in una sala d’aspetto che guarda su un cortiletto interno, mentre Francesca è a pochi metri da lui, in un’altra stanza e sta per partorire la loro prima figlia, Alice. Francesca è la donna che Michele ama, è un arcipelago; di lei conosce ogni minuscolo dettaglio, i suoi mille profumi, la sua gioia, i suoi silenzi. Francesca e Michele non sono sposati e fino a qualche anno fa Michele non avrebbe mai pensato di diventare padre, perché credeva fosse qualcosa che non gli appartenesse. Ma la sua vita negli ultimi anni è cambiata molto, in maniera radicale e con essa anche lui è cambiato. E questo figlio lo hanno fortemente desiderato e cercato, entrambi. Michele e Francesca hanno rischiato di perdersi: la prima volta che si sono incontrati e frequentati non erano in grado di amarsi, la loro relazione serviva solo a farli sentire meno soli, li difendeva dalla loro tristezza. E si sono lasciati. Federico è una delle persone alle quali Michele deve la propria rinascita ed anche Francesca gli deve molto, senza di lui forse loro due non si sarebbero ritrovati. Federico li ha salvati. Si sono conosciuti in prima media, Michele e Federico, e- come regola vuole- non essendosi piaciuti al primo impatto, sono poi diventati inseparabili. A tredici anni, il giuramento di amicizia eterna “appoggiando le nostre mani sulla pigna di cemento della casa diroccata”. A sedici anni le prima vacanze senza la famiglia, a Riccione, dove tutti, tranne loro due, riuscivano a fare conquiste e dove uscire dalle pizzerie senza pagare era un ottimo stratagemma per chi, come loro, non aveva il becco di un quattrino. A diciotto anni, appena patentati, la prima vacanza in macchina, la Polo amaranto di Federico, con destinazione la Danimarca e la libertà…

Perdersi, per poi ritrovarsi. E ritrovarsi rinnovati, maturati, migliori. Capire che quella routine nella quale tutto è conosciuto, quella stabilità nella quale ci si sente al sicuro perché non ci sono sorprese né imprevisti e tutto è già segnato, non bastano più. Le serate sempre uguali, vissute così per anni, dove tutto sembra apparentemente in movimento ma in realtà resta immobile ed aridamente uguale a se stesso, sono diventate soffocanti. Gli amici di sempre - stessi occhiali, stesso drink, stessa maglietta aderente, stessa pettinatura - non sono meravigliose opere d’arte, ma stampe scadenti. Quanta disperazione dietro quei gesti identici, quanta solitudine nascosta fra quelle risate, quante maschere indossate, quanta superficialità. Serve un’uscita di sicurezza. La straordinarietà della vita non può essere ridotta alle sole due funzioni di accelerare o frenare, nutrendo così l’illusione di avere tutto sotto controllo. Non ci si può abituare a tutto: ad un lavoro che non soddisfa, ad un amore finito, alla propria mediocrità. E per scrollarsi di dosso la mediocrità di un’esistenza in cui tutto è già scritto, Federico intraprende un viaggio da solo, senza soldi e senza meta, per cercare di trovare un senso. Finirà a Capo Verde, dove riuscirà a fare chiarezza ed a tornare poi da Michele, l’amico di sempre, con nuove risposte e nuovi entusiasmi, prima di allontanarsi di nuovo da lui. Spetterà allora a Michele intraprendere un viaggio simile, fuori e dentro di sé, per ritrovare il coraggio di riconoscere la vita, accettarne le asprezze ed esserne comunque grati; per imparare a condividere, proteggere e rinnovare ogni giorno i propri sentimenti; per trovare il proprio posto nel mondo e nel cuore di una donna e per ritrovare l’amico negli occhi di una bambina. Anzi, due.

 


 

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