Un ritratto dell’artista da giovane

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Stephen Dedalus si trova in collegio con la testa piena delle raccomandazioni e dei consigli instillatigli da genitori premurosi e apprensivi. Si tratta di una scuola esclusiva, la frequentano solamente ragazzi di buona famiglia e si tratta senz’altro della migliore istruzione possibile per un ragazzo dall’intelligenza viva come lui. Il pensiero corre fugacemente al raccoglimento domestico, alle storie che gli raccontava Simon, suo papà;  alle favole della “muuuuucca”, di confettino e di Betty Byrne che vendeva zucchero filato al limone. Pensa al volto barbuto e al monocolo con cui suo padre era solito guardare lui e il resto del mondo. Prima d’ora non era mai stato lontano da casa e il collegio gesuita è la prima esperienza lontano dalle rassicuranti e, per la verità, un po’ soffocanti mura familiari. Il cielo è pallido e freddo e nel cicaleccio sguaiato dei ragazzi, tesi ed eccitati allo stesso tempo, a malapena si riescono a distinguere le voci dei sacerdoti che intimano ai ragazzi di tornare nell’edificio dopo la ricreazione…

Pubblicato per la prima volta nel 1916 (come volume intero) e frutto di una certosina rielaborazione del precedente Stephen Hero, Ritratto dell’artista da giovane (noto in Italia anche come Dedalus) è il primo romanzo di James Joyce, caposaldo della letteratura del ‘900, noto ai più per lo sperimentalismo onirico dello stream of consciousness, marchio di fabbrica del suo mastodontico capolavoro Ulisse. Qui, per sollievo di molti lettori ma non del sottoscritto, di stream of consciousness non ce n’è nemmeno l’ombra e ci troviamo di fronte a un lineare - sì, avete capito bene, ho detto proprio lineare - romanzo di formazione autobiografico che testimonia lo sbocciare del fiore dell’arte nel petto del giovane Stephen. Il profumo inebriante dell’ispirazione però, verrà respirato soltanto al termine di un lungo percorso articolato in cinque capitoli in cui il protagonista maturerà la propria consapevolezza di uomo prima e di artista poi, decidendo infine di partire per Parigi, all’epoca cuore pulsante dell’arte europea. Abilissimo a raccontare le complesse dialettiche emotive che attraversano Dedalus, Joyce descrive un’anima in divenire, lacerata da profondi interrogativi spirituali (pesante retaggio della propria educazione nella cattolicissima Irlanda) e correnti discendenti terrene che lo spingono verso i piaceri comuni ma anche verso il peccato. La forza salvifica dell’arte, rappresentata attraverso molteplici riferimenti tra i quali spiccano quelli a Dante e alla Grecia Antica, ha consentito la resurrezione di Stephen,  divenuto ora pensatore libero e critico, padrone delle proprie riflessioni e della propria anima.



 

 

 

 
 
 
 

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