Un sicario alla corte dei Gonzaga

Un sicario alla corte dei Gonzaga
Mantova, 1588. Nell’ultima cappella, accanto al portone d’ingresso della cattedrale, un uomo si nasconde nel confessionale, in attesa che sulle navate scendano silenzio e oscurità. Chiuse le porte, il sagrestano spegne le ultime candele e si avvia verso l’uscita, del tutto ignaro di quella minacciosa presenza umana. L’uomo è giovane, magro e con lunghi capelli neri come gli abiti che indossa; ha con sé un pugnale e una sacca di tela da cui estrae una corda uncinata e un paio di guanti di cuoio: tanto gli basta per arrampicarsi fino alla tribuna e da lì guadagnarsi l’accesso fino al Palazzo Ducale e quindi, alla camera del duca Vincenzo, nel cui letto riesce a nascondere un serpente prima di dileguarsi, non visto né udito da alcuna delle guardie. Intanto, echeggiano le risate dal teatro di corte, dove una compagnia comica sta allietando la serata di Vincenzo Gonzaga, di sua moglie Eleonora de’ Medici e dei loro ospiti. Terminato lo spettacolo, Vincenzo si allontana in compagnia di una delle giovani attrici, non insensibile al fascino del Gonzaga. Poco dopo, il Palazzo viene raggelato dalle urla terrorizzate di una giovane donna, provenienti dalla camera da letto del duca. Il capitano di giustizia Biagio dell’Orso si precipita nella camera, mentre una ragazza viene trascinata fuori priva di sensi, sul braccio, i segni del morso del serpente. Quel morso era di certo destinato al duca. Chi trama la morte di Vincenzo Gonzaga?
È un bel rompicapo quello che viene affidato a Biagio dell’Orso, l’affascinante capitano di giustizia già protagonista dei due precedenti romanzi della stessa autrice. Tiziana Silvestrin conferma la sua passione e anche la sua maestria come scrittrice di gialli storici, in cui vicende storicamente documentate si intrecciano con le storie di delitti, amori e congiure nate dalla creativa penna della scrittrice. La capacità inventiva, tuttavia, non abbandona mai il rigore dei documenti storici dai quali la Silvestrin trae ispirazione: nei suoi romanzi prendono vita personaggi realmente esistiti, persone comuni che hanno contribuito con la loro vita a fare la storia, ma che dalla storia non sono ricordati. È forse, questa la cifra fondamentale della poetica dell’autrice mantovana, la cui passione per il thriller storico si accompagna a quella per il teatro. 

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