Un tango per il duce

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Il duce ha un sosia, un tornitore scovato in una fabbrica di Reggio Emilia che in già in varie occasioni pubbliche ha dovuto sostituire l’originale Benito Mussolini, soprattutto nei giorni incerti del ’43. A un posto di blocco in quel di Dongo, giorno della sua interpretazione – suo malgrado – più riuscita, i partigiani scambiano proprio lui, lo zotico Adelmo, per el crapun Mussolini, e il resto è storia: lui e la fedele Claretta appesi a testa in giù alla tettoia di un distributore di benzina a Piazzale Loreto. Il vero Mussolini invece si trova, in barba alla fine della guerra in un’Europa in macerie, dall’altra parte del mondo, in uno sperduto paesino della pampa chiamato Romagna Argentina, enclave di contadini romagnoli in Sud America distanti chilometri e chilometri dalla barbarie del conflitto. Il duce vuole poter ricominciare da lì, è sicuro che il suo carisma e le sue idee politiche lì potranno risorgere nel modo giusto, in attesa di riprendersi il proprio paese e, perché no, anche l’Europa, visto che non è l’unico ad aver seguito la cosiddetta ratline, la “via dei topi” che ha permesso a parecchi nazisti di trovare asilo in America latina per sfuggire alle conseguenze giudiziarie e non della guerra. L’impresa è dura, ma M. non è uomo comune, egli sa di poter tenere salde le redini della Storia, e confida che da questo avamposto di villici l’aquila forte e romana possa nuovamente stagliarsi sul mondo demo-plutocratico…

Karl Marx scrisse che “la storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa” e non c’è frase più calzante per questo divertente romanzo di Marco Ferrari, giornalista e scrittore che, fra gli altri, ha scritto Alla rivoluzione sulla Due Cavalli e, con il grande storico Arrigo Petacco – recentemente scomparso – Ho sparato a Garibaldi. Probabilmente è proprio dal sodalizio con Petacco che prende le mosse questo libro, che dalla ricostruzione minuziosa della personalità e della corte del duce arriva a disegnare una parabola ucronica dal piglio caustico e beffardo. Leggere Un tango per il duce solamente in chiave farsesca sarebbe però un errore, dato che il gusto dell’autore per la ricostruzione non è solamente declinato in chiave storica, ma anche in chiave descrittiva, con il lettore che ha la possibilità di chiudere gli occhi e trovarsi immediatamente catapultato in questo piccolo paesino argentino dove un bizzarro uomo di mezza età dal testone calvo riesce a stregare e ammaliare sempre più persone. La contaminazione fra l’universo latinoamericano e la dimensione rurale italica segna una ideale continuità fra la pampa e la pianura padana e il Duce si trova a suo agio nell’infiammare la platea contadina parlando di riforme e bonifiche, di dignità del lavoro e riscatto sociale, strappando allo stesso tempo sorrisi e riflessioni. Simile e diverso rispetto ad altri prodotti letterari e cinematografici quali Lui è tornato o l’italiano Sono tornato, Un tango per il duce si fa apprezzare e si segnala come un’uscita interessante per chi ha voglia di riflettere e ridere immaginando scenari storici alternativi.



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