Un tebbirile intanchesimo

Un tebbirile intanchesimo
Giorgia: beh, che dire, anche lei ha il suo fascino. È che... è solo un po’ imprevedibile. Sì, insomma: se così su due piedi decide di assestarti un pugno in pieno viso, che ci puoi fare? Ma così, a caso. Basta che lei senta pronunciare il nome di Kaurismaki – che le suona così bene – nel modo sbagliato e ti ritrovi un colpo di bottiglia in piena calotta cranica. Ma che vuoi, ognuno ha il suo carattere. Al suo ragazzo, ignaro in bagno e chino a lavarsi i denti, ha staccato a morsi brandelli di schiena ...così, d’improvviso. Certo, con lei non si vive esattamente in relax. Ma il suo ragazzo (o meglio, il suo ex, ragazzo) ha tanti bei ricordi di lei ora che lei se ne è andata. Va beh... lui... ha perso qualche dito e una gamba (giusto per fare un conto approssimativo), ma si sa che in ogni rapporto ci sono i pro e i contro. E ora, quel giovane, anima in pena, ha nostalgia di quei momenti insieme, anche quella sera in cui in un momento di intimità Giorgia gli aveva infilato un coltello da cucina nella guancia giusto giusto sino alla lingua. Quanto piacerebbe a lui ora farsi cacciare un occhio da questa affascinante e sincera ragazza (era pur sempre sincera, no?). Piuttosto che ritrovarsi a parlare solo, adesso, con i suoi bicchieri vuoti e indifferenti. Ah, l’amore...
“Giorgia, a caso” è solo uno dei tanti racconti che Carlo Sperduti, anagramma – se vi pare – di Ciro del Raptus, ha pubblicato in Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi. Sperduti appare un giocoliere di parole che nella forma breve del racconto come in un variegato caleidoscopio dà forme cangianti e sempre nuove a tic e piccole (o grandi) ossessioni del vivere quotidiano, vestiti dei panni arguti del paradossale e del parossismo. Una scrittura mai scontata, originale, attraversata da un guizzo creativo e dal gusto puro del racconto e della parola che sembra fluire in libertà. Su una molteplicità di temi, di per se stessi degni di serietà, Sperduti si muove con la leggerezza di un equilibrista che aleggia sulla pesantezza del vivere con il gusto lieve e brioso della parola, che nella forma breve, brillante del racconto annulla la spigolosità del ragionamento e dell’analisi lasciandoci brillanti fulminee immagini, quasi aforismi – o, come suggerisce Gero Mannella, piuttosto echi sonori. E se si può cadere nella tentazione di credere che sia tutto un semplice volteggiare di parole (e Sperduti è il primo a prendersi con autoironica leggerezza), non perdetevi il racconto che dà il titolo alla raccolta, “Un tebbirile intanchesimo”: la rivincita di un mondo altro, dislessico, dove le parole non son più quel che erano ma continuano a parlarci, un mondo che procede per suoi binari alternativi e da cui si potrà tornare alla vita “normale” solo riuscendo a pronunciare per come è davvero una frase sbagliata (“Basta una srafe sbataglia per scioreglie l’intanchesimo e tornare alla vita di giutti i torni”). Una giocosità quasi fanciullesca di Sperduti? Giochi di parole fini a se stesse? Forse la calviniana leggerezza di ritrovare nella parola sbagliata, spogliata dalle sue pesanti stratificate convenzioni e concezioni, come nel caos primigenio il piacere di guardare e ascoltare il mondo con leggerezza e un sorriso arguto.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER