Un uomo perbene

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Alberto Giacomelli è per tutti “u zu Bettu” prima ancora che un compassato magistrato tra i più benvoluti degli ambienti giudiziari di Trapani. Ha un viso aperto, che denota un carattere mite e accogliente, schivo e alieno ai riflettori, che lo ha tenuto nelle retrovie per tutta la sua lunga carriera, ma non gli ha impedito di svolgere il suo lavoro con distacco e imparzialità. Figlio di magistrati, nasce e cresce in una Trapani che è il brodo di coltura in cui prosperano interessi mafiosi, massonici e imprenditoriali. Un uomo generoso, che non si risparmia, sempre pronto a prestare il proprio aiuto al Tribunale sotto organico. Sebbene poco portato alle cariche onorifiche, non riuscì mai a declinare la carica di Presidente dell’Associazione nazionale magistrati di Trapani, a cui fu eletto quasi ininterrottamente durante la sua carriera. Il 14 settembre 1988, da poco in pensione e ormai dedito alla propria passione per l’agricoltura, il giudice Giacomelli viene ucciso. Il suo corpo, trovato riverso sull’asfalto a pochi passi dalla propria auto, pose gli inquirenti di fronte al dubbio se conoscesse i propri assassini e fosse sceso volontariamente dall’auto, o fosse stato costretto…

Quello del giudice Giacomelli è l’unico caso in Italia di un giudice ucciso quando già era in pensione ed è tanto più efferato in quanto ad essere preso di mira è stato un uomo la cui bonomia era una caratteristica universalmente riconosciuta. A destare la curiosità di Salvo Ognibene, giornalista che scrive di Mafia su “la Repubblica”, è stato proprio questo dettaglio. Sollecitato da alcuni colleghi del giudice, ha raccolto in un libretto commemorativo le testimonianze di coloro che hanno conosciuto il giudice Alberto Giacomelli e che ne celebrano l’integrità e la specchiata onestà, nonché il “rigoroso e talvolta eccessivo rispetto per gli equilibri locali”, che, però non gli impedì , nel ruolo di presidente del collegio giudicante, di firmare nel 1985 l’ordinanza di sorveglianza speciale e di confisca dei beni per Gaetano Riina, fratello minore del boss Totò. Un libro agiografico, che celebra un uomo perbene attraverso una raccolta di parole purtroppo un po’ stantie e spesso di circostanza, inanellando una serie di testimoni della sua vita che vanno dall’autista al Presidente dell’ordine degli avvocati di Trapani, dai colleghi magistrati all’edicolante. Questo testo non è una biografia, né una raccolta di sentenze, né un’inchiesta giornalistica, ma quasi un necrologio in cui abbondano termini come “accogliente” e “umile”, che sono innegabilmente aggettivi con i quali un uomo perbene amerebbe che fosse punteggiato il proprio elogio funebre. Per cui possiamo dire che se non ha pregi letterari, il libro rende almeno un buon servigio alla memoria di un uomo che ha onestamente servito il proprio Ufficio e lo Stato.



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