Un viaggio chiamato casa

Un viaggio chiamato casa
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Nella minuscola Shepton, in Ontario, Zoe si sente già al capolinea: incompresa dai genitori e tiranneggiata dalla perfettissima cugina Madi, l’unico vero porto sicuro è la nonna paterna. Indipendente, sognatrice e piena di interessi, nonna Bird ha una autentica adorazione per la nipote adolescente ed è a casa Bird che Zoe si rifugia ogni volta che la tensione coi genitori diventa insopportabile. Ma nonna è anziana e malandata, la sua lucidità comincia a vacillare insieme alla sua memoria; in men che non si dica, il papà di Zoe si trova costretto a prendere la decisione definitiva: ricoverarla in un ospizio. A nulla vale l’opposizione fierissima della ragazza, che si propone di prendersi cura dell’anziana sempre meno autosufficiente e a rischio di far male ad altri ma soprattutto a sé stessa: Zoe è una adolescente problematica e i suoi non sentono ragioni. Così, mentre il mondo familiare si sgretola e il suo unico punto di riferimento le viene portato via, il bullismo della cugina non fa che approfondire una ferita già aperta. Ma dove andare? Come salvare la nonna? Improvvisamente, una possibilità: zio Teddy, l’altro figlio di nonna Bird, non è morto ma vive a Toronto. L’unica speranza è dunque scappare con nonna e trovare zio Teddy, che risolverà la situazione. Facile a dirsi ma meno a farsi: fuggire con un’anziana incontinente e smemorata, con un pugno di banconote e senza la benché minima idea di dove andare, nasconde mille insidie e può rivelarsi un fallimento pazzesco…

Adolescenza, famiglia, bullismo, accettazione, dialogo, diversità: in queste pagine si passa dentro a una miriade di temi, tutti perfettamente legati dalla storia, magari un po’ troppo rocambolesca, della fuga di Zoe Bird. Con nonna al seguito. L’incipit è tostissimo, subito si viene presi dalla frustrazione di vedere la povera Zoe tiranneggiata dalla (fintamente) perfetta cugina Madi, mentre i genitori, preda delle proprie insicurezze e insoddisfazioni, si mostrano del tutto incapaci di ascoltarla. Soprattutto, di crederle. In questo scenario doloroso, solo la nonna rivela quell’autentica empatia che lenisce ogni pena, con la sua fiducia cieca nella ragazza. Ma qui arriva una prima grande lezione di vita: gli umani non sono immortali. Nemmeno nonna Bird, e ben presto il pragmatismo del mondo adulto (trasferire la nonna in ospizio) si propone sulla scena in maniera cruda. La catena degli eventi successivi rivela, in maniera a tratti dolce a tratti amara, quante risorse personali, in termini di creatività, organizzazione, accudimento possa avere un adolescente che riesca finalmente a incanalare le sue energie. Il finale della storia, di nuovo, è un po’ sopra le righe ma permette di toccare altri temi cruciali: la fiducia, la diversità e l’accettazione. Dopo il successo di La casa dei cani fantasma, di nuovo Stratton ci ricorda che spesso gli adolescenti sono costretti a confrontarsi con situazioni dure, eppure il finale non è scritto: per tornare indietro, scusarsi, ricominciare davvero non è mai troppo tardi quando, alla base dei rapporti, c’è un sentimento autentico d’amore.



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