Un volgo disperso

Dopo il lavoro pionieristico e geniale di Bernardino Ramazzini, a cui si deve la frase “Prevenire è meglio che curare”, l’invenzione con il suo monumentale De morbis artificum diatriba della Medicina del lavoro, ma soprattutto l’irruzione del mondo dei contadini e degli operai nelle inaccessibili aule universitarie della sua epoca, la “gente rustica” tornò nell’ombra per molti decenni. La povertà, l’ignoranza, la fame e le precarie condizioni sanitarie dei contadini erano date per scontate, una legge di natura contro la quale lottare sembrava pretestuoso più che inutile. Tra il 1786 e il 1790 – su incarico del Regno di Napoli – l’economista Giuseppe Maria Galanti compilò la sua Descrizione del contado del Molise, in cui paragona i suoi conterranei contadini a dei selvaggi di terre lontane, che vivono in “oscurità, puzzo, sozzura, miseria e squallore”. Qui e nella Statistica voluta da Gioacchino Murat, re di Napoli, nel 1811 per conoscere il territorio del Regno, l’atteggiamento oscilla tra il disprezzo e la pietà e le spaventose condizioni di vita dei contadini, unite indissolubilmente alle loro superstizioni e all’ignoranza, vengono viste essenzialmente come “ostacoli” ai valori illuministici più che come emergenze sociali e sanitarie da risolvere. Nel 1843 al Congresso degli scienziati italiani il prete mantovano Enrico Tazzoli (tra i futuri “martiri di Belfiore”) propose di istituire scuole agrarie nei seminari. Nel 1863 la rivista scientifica “Igea – Giornale d’igiene e medicina preventiva” pubblicava un breve articolo firmato da Cesare Lombroso che tratteggiava le linee generali di “un progetto che doveva tornare di continuo, variamente motivato e modificato, nella cultura sanitaria e nei disegni della classe dirigente”, un vero e proprio censimento dello stato sanitario della popolazione italiana del tempo…

In un momento in cui a suo giudizio “la tempesta della Storia, per non dire la forza del capitalismo finanziario nell’età della rivoluzione elettronica, fa riemergere dietro le tracce della grande potenza industriale l’antica realtà di paese agricolo, patria del vino e dell’olio”, Adriano Prosperi - Professore emerito di Storia moderna presso la Scuola Normale Superiore di Pisa – decide di “gettare un ultimo sguardo ai contadini che siamo stati”. Auspicio non facile da realizzare con il rigore storiografico che merita, va detto, a causa della scarsità di documenti e dalla sostanziale assenza di testimonianze di prima mano (i contadini dell’Ottocento, come si immagina, erano analfabeti). Prosperi dall’alto della sua dottrina e della sua esperienza ci riesce, consegnando alle stampe un saggio monumentale, dallo stile abbastanza “letterario” ma ovviamente denso di riferimenti bibliografici preziosi. Al centro c’è il concetto decisivo e complesso di “igiene”, il cui avvento nella civiltà occidentale fu decisivo ma fu anche causa di un paradosso sociale, e cioè del fatto che “l’ossessivo fervore ad alzare barriere contro portatori di inquinamento e impurità” portò a meccanismi di esclusione contro “i rappresentanti sociali dell’arcaismo, le classi legate alla terra, alle superstizioni, all’oralità”. Nell’Italia dell’Ottocento città e campagna – e rispettive popolazioni – erano divise da una barriera invisibile ma invalicabile: una cesura le cui conseguenze durano ancora oggi. E i richiami alla politica e alla società italiana contemporanea non mancano nell’analisi di Prosperi, che ci aiuta con Un volgo disperso (il titolo è una citazione dell’Adelchi di Alessandro Manzoni – “(…) ai solchi bagnati di servo sudor, un volgo disperso repente si desta”) a fare luce su un periodo storico che di solito conosciamo per altro – il Risorgimento, la letteratura – ma soprattutto sulle nostre radici.



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