Una canzone per Bobby Long

Una canzone per Bobby Long
New Orleans. Sudiciume, dissolutezza e, in ogni caso, poesia. «Con tutte le sue colpe e i suoi difetti, con la sua intelligenza inusuale - acuita o diluita dall'abuso di alcol e dai troppi pensieri - non era né buono né cattivo. Era soltanto un essere imperfetto che di nome faceva Bobby Long». Sbronzarsi è la regola, senza più fede o slanci di ordinarietà, non diversamente l'appetito per la cicciona Lorraine dalla personalità borderline. Quarantanove anni, Byron, lo scrittore, sempre a bere e a leggere e cinquantaquattro anni, Bobby, l'ex professore, tutti di occasioni amare e seduzioni. I tre sono più appagati che disperati, più risoluti che incerti; mentre, nel sud della Florida, la sedicenne Hanna stenta a immaginare di poter decidere quale direzione dare alla sua vita...
Balordo, forte, Bobby Long, illuminante personaggio a cui Shainee Gabel ha reso omaggio con l'acutezza della sua sceneggiatura e il fascino dell'interprete, John Travolta, distintosi per «una performance d'alta classe» (“la Repubblica”, 2004); soggetto di un attento studio caratteriale e di una storia di opportunità a cui Ronald Everett Capps ha trasmesso più di ogni altra cosa l'idea vitale della svolta, che si crea da sé, che nasce dal realizzabile e nei confini di prospettive sempre più credibili. E ancora per il bene di Hanna, giovane figlia di Lorraine, espresso con parole di speranza e di libertà. Che è il fine, appunto, della narrazione, perseguito senza pudore o pacatezza, con la generosità tuttavia grande di Bobby Long e Byron Burns; portando all'attenzione i sogni, orizzonti insieme e limiti, sprofondando in lunghi dialoghi, rinvigorendosi dell'american way of life, invocando senza ombra di stucchevole affettazione la fortuna dell'amicizia.

 

 

 
 
 
 
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