In una città atta agli eroi e ai suicidi. Trieste e il “caso Svevo”

In una città atta agli eroi e ai suicidi. Trieste e il “caso Svevo”
Il 12 settembre 1928, a bordo di una macchina in corsa verso Trieste, il sessantenne scrittore triestino Ettore Schmitz si schianta, insieme con la moglie ed il nipotino, contro un albero. L’incidente, in apparenza lieve, si somma allo già precario stato di salute polmonare dell’incallito fumatore e finisce per determinare la morte di Italo Svevo. Morto ventiquattro ore dopo l’incidente, senza il conforto dell’ultima sigaretta, aveva accettato la morte quasi con serena collaborazione. Perché avesse scelto quello pseudonimo, il triestino Ettore Schmitz lo avrebbe chiaramente spiegato poi la moglie Livia: s’era dato per nome “Italo” perché si sentiva profondamente italiano in quella Trieste che stava ancora sotto il dominio austro-ungarico; “Svevo”, perché si era formato in un contesto linguistico e culturale mitteleuropeo, sui nomi di  Goethe, Schopenhauer e Freud. Trieste, dunque, è il trait d’union che lega “Italo” a “Svevo”: quella tranquilla città, atta agli eroi e ai suicidi, dannata come da una diffusa inquietudine interiore, crogiuolo di lingue ed etnie, avamposto della modernità. Trieste è una città dove si parla indifferentemente lo sloveno, il dialetto triestino, il tedesco, l’inglese e il francese, e dove si sono mescolati il sangue e le storie familiari di tutte le genti del centro d’Europa. Non c’era dunque una postazione migliore, in Europa, per chi volesse ascoltare e suonare la dodecafonia del secolo che iniziava. Trieste, la città italiana che ha prodotto nomi come Svevo, Benco, Saba, Slataper, Michelstaedter; città d’avanguardia e anche città in cui i migliori intellettuali ebrei del Novecento o si sono tolti la vita, o sono morti depressi e disperati, o sono andati incontro alla morte con animo da eroi: Michelstaedter, suicida con un colpo di pistola; Stuparich si uccide da eroe per non cadere prigioniero degli austriaci; Bazlen muore da solo in una disperata monocamera e Slataper muore in combattimento…
Destini incrociati ad una città, ma tutti segnati dalla letteratura. Ed è la letteratura di una città il segreto fascino di questo libro che, per la sua serena indipendenza intellettuale e critica, non sembra nemmeno scritto da quel polemista che è invece Giampiero Mughini. Un volume che non celebra una città, ma la letteratura che in essa ha preso il corpo di alcuni uomini, si è impadronita della loro fantasia, si è esercitata attraverso le loro penne, ha trasformato i luoghi in splendide scenografie di nevrosi e di eroiche ribellioni. Una letteratura di silenziose opposizioni, in una città di tacita alta intercultura. Insomma, il libro di Mughini è l’affascinante storia di una parte (la più bella?) della letteratura del Novecento europeo, inseguita e sorpresa per le strade di una città abitata da eroi e da depressi suicidi.

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