Una città o l’altra

Una città o l’altra

Tutto inizia a Hammerfest. Il piccolo centro norvegese è la città più a nord d’Europa che si possa raggiungere con il trasporto pubblico. Con “sole” trenta ore di pullman da Oslo si può assistere allo spettacolo dell’aurora boreale circondati da una cittadinanza taciturna, discreta, non avvezza ad una rutilante vita sociale. Certo, si può sempre bere e dare fuoco a vecchi elenchi telefonici. Dopo alcune settimane in questo angolo sperduto del Vecchio continente, anche Oslo può sembrare una metropoli dai mille colori. Bill Bryson conosce bene l’Europa e per il suo viaggio parte dalla Norvegia per comprendere meglio le differenze dei popoli che la abitano. Subito dopo viene Parigi, che sarà pure una scelta scontata ma viverla permette di scoprire ad un americano aspetti fino ad allora sconosciuti, come gli interruttori della luce a tempo per il risparmio energetico (inconcepibile per la maggior parte degli statunitensi), l’incapacità di rispettare una fila, la poca predisposizione verso l’altro, soprattutto se americano, l’aggressività alla guida. Poi c’è Bruxelles, che lui definisce “la città più brutta d’Europa”, che però presenta i migliori ristoranti e la cioccolata più deliziosa. Ancora: Bruges con i suoi scorci da favola, Colonia con la sua cattedrale imponente e le sue regole perfettamente codificate (persino i parcheggi sembrano essere fatti con precisione millimetrica). E giù fino in Italia, per Roma, Napoli, Sorrento e Milano, attraversando la Jugoslavia, fino ad arrivare a Istanbul…

Una città o l’altra è stato pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1992. In Italia è, invece, uscito dieci anni più tardi per Guanda e ora viene ripubblicato da TEA. Ovviamente, la lettura non può che risentire di questo scarto temporale. La maggior parte delle città europee, per fortuna, negli ultimi venticinque anni ha attraversato grandi cambiamenti e riqualificazioni e spesso leggendo questo resoconto di viaggio non passano inosservate certe differenze. Il fatto che un capitolo sia dedicato alla Jugoslavia rende bene l’idea del tempo passato dalla stesura di questo saggio. Anche il modo di viaggiare è notevolmente mutato negli scorsi decenni: più sorvegliato, attento, a tratti quasi paranoico. Bill Bryson descrive una spensieratezza che, purtroppo, non appartiene più a molti viaggiatori. Gli attacchi terroristici hanno portato a controlli ‒ negli scali aeroportuali così come nelle stazioni ‒ che nel periodo in cui è stato scritto il libro erano impensabili. Ciò che, invece, non sembra modificato sono i difetti degli europei, che forse sono gli stessi tempi dalle descrizioni dei viaggiatori del Gran Tour. La corruzione italiana è sempre quella, gli svizzeri rimangono ampollosamente educati, i tedeschi a volte dimostrano poca ironia, e i francesi, beh, sono sempre francesi. Quello in cui l’autore riesce, rispetto a molti suoi conterranei come, ad esempio, il più celebre Rick Steves, è che non ha velleità didattiche o atteggiamenti di superiorità. Parla degli americani così come fa dei francesi, dei belgi o dei norvegesi, mostrando cioè i loro limiti ma anche i loro pregi. Ammette di non comprendere alcune cose, proprio per una forma mentis diversa, e lo fa con il sorriso sulle labbra. Le esperienze di viaggio sono divertenti, ma alcuni rimandi sono poco comprensibili se non si hanno i giusti riferimenti culturali, o non si ha un’infarinatura di cultura americana. Come molti racconti di viaggio, questo Una città o l’altra pecca a volte di una autoreferenzialità che porta l’autore a dilungarsi troppo in dettagli davvero superflui.



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