Una donna

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La madre di Annie Ernaux è morta. Ha ricevuto una telefonata, alle dieci di mattina, da un infermiere della casa di riposo. C’è da pensare a tutto, ora: il vestito da metterle, il viaggio fino a Yvetot per la sepoltura, i parenti da avvertire, messa sì o messa no, e i fiori, Annie vorrebbe dei gigli bianchi ma la fioraia dice no, quelli sono per le nascite. La madre di Annie Ernaux è nata e cresciuta tra le nebbie della Normandia, famiglia molto povera, tanti fratelli e sorelle, ha perso il padre a tredici anni per un attacco di angina, la madre era una sartina ma è un mestiere che negli anni Venti non richiede più nessuno. Trovano lavoro in una corderia, fare l’operaia è meglio che andare a servizio, è meglio che non avere un soldo in tasca e dover centellinare il pane e tenere da parte la pelle del latte. Il matrimonio. Poi la guerra, il periodo da sfollati, il ritorno a casa. Nel mezzo, una figlia morta e Annie che nasce a compensare. Legge riviste chic per imparare come parla la gente bene, quando si sente sicura aggiunge certe espressioni al suo vocabolario abituale, tipo “Ho il cuore in frantumi!”. Tiene le finanze di casa per dare alla bambina tutto ciò che a suo tempo le è mancato. La madre di Annie Ernaux è un insieme di piccole e grandi storie, che la figlia scrittrice comincia scrupolosamente a mettere insieme poco dopo il funerale, fino a dire a se stessa: “Ora mi sembra di scrivere su mia madre per metterla al mondo, a mia volta”…

È corretto affermare che la relazione con la propria madre sia il metro su cui misuriamo tutte le relazioni della nostra vita? C’è chi inorridirà, davanti a questa frase. C’è chi verserà una lacrima, chiedendosi perché non le sia toccata una simile fortuna. C’è chi proverà tenerezza e confermerà che sì, è proprio vero. Annie Ernaux ci ha abituati a una prosa disposta a scavare in profondità, nel suo essere nata solo perché la sorella maggiore è mancata troppo presto, che quando si è poveri una figlia sola basta e avanza, o nei ricordi della bottega dei suoi genitori, sparsi qua e là in tutte le sue opere. Qui si concentra su una donna che è insieme la più importante e la più dolorosa di cui si possa raccontare. Lo fa in un momento delicato, in cui più che mai è necessario formulare un pensiero magico per dare ai ricordi la giusta sostanza. Quando perdiamo qualcuno ci sono parole che avremmo voluto dire, altre che avremmo voluto non dire, esperienze da voler rivivere e altre da voler solo dimenticare. La scrittura non aiuta a metterle da parte, ma anzi a renderle più afferrabili, in un certo senso: afferrabili anche da noi che non abbiamo conosciuto quella madre specifica, ma che sappiamo bene cosa significhi averne una.



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