Una famiglia quasi normale

Una famiglia quasi normale

Lund, Svezia, estate. I Sandell sono una famiglia benestante e in vista, benvoluta da tutti: Adam è pastore di una delle più grandi comunità cristiane della città; sua moglie Ulrika è un’avvocatessa di successo; la loro figlia, Stella, è una studentessa che per ora lavora da H&M e progetta il viaggio di una vita. Al compimento dei diciannove anni di Stella, suo padre prenota un tavolo al solito ristorante italiano, convinto che la cena sarà un successo. Eppure la conversazione langue ed anche il regalo – una Vespa da trentamila corone – non sembra essere ben accetto: Stella avrebbe preferito dei soldi (e lo aveva anche detto chiaramente) in modo da poter partire quanto prima. Suo padre a volte sembra proprio non capirla. Per Adam comincia così una settimana lunga, intensa ed affaticante, che si conclude il venerdì pomeriggio con il funerale di un uomo di quarantadue anni, stroncato da un tumore. Il peggio, tuttavia, deve ancora venire: la sera stessa Ulrika ed Adam non ricevono notizie da Stella, che rientra a casa alle due di notte, facendoli preoccupare molto. Il giorno successivo, la storia si ripete: la ragazza non rientra a casa dal lavoro, ha lasciato il cellulare a casa ed Adam ha trovato delle macchie di sangue sulla camicia da lei indossata il giorno prima. La situazione precipita in maniera definitiva quando il telefono fisso comincia a squillare: Michael Blomberg, uno degli avvocati più in vista di Lund, li informa che Stella è indagata per omicidio…

Tagliamo subito la testa al toro: Una famiglia quasi normale non è paragonabile al capolavoro di Philip Roth Pastorale americana. L’ unico punto di contatto delle due storie risiede nei problemi scatenati dalle figlie. Ma se da un lato le turbolenze di Merry rappresentano le rivolte di un’intera generazione, quelle di Stella non denunciano nulla, sono meri strumenti della narrazione. Ciò non vuol dire che questo romanzo sia da buttar via, anzi (e poi diciamocelo, quanti romanzi reggerebbero un paragone con Pastorale americana?). Una famiglia quasi normale è un signor thriller: lo dimostrano le sessantamila copie in poche settimane e la pubblicazione in trentuno Paesi.Se sta andando a ruba, un motivo dovrà pur esserci, o anche più di uno: innanzitutto la leggerezza della scrittura e la brevità dei capitoli, che riescono a non far pesare oltre cinquecento pagine di romanzo; c’è poi la bravura dell’autore, che riesce a incrementare e arrestare la suspense a piacimento, giocando con lo stato d’animo del lettore e coinvolgendolo completamente; c’è infine il vero centro d’interesse su cui è basata la narrazione, ovvero il rapporto genitori-figli. Tra le righe di questo thriller Mattias Edvardsson, professione insegnante, infila una sfilza di interrogativi sul ruolo e sull’impatto degli educatori nei confronti dei ragazzi, senza tuttavia offrire una soluzione definitiva che appiani i contrasti generazionali. Perché in fondo a queste domande non è possibile rispondere in un solo modo.



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