Una gioia antica e nuova

Una gioia antica e nuova

“Il più grande mistero che si nasconde dietro quasi tutti i più illustri scrittori è che cosa li abbia spinti a cominciare a scrivere affatto”. Nel caso di Charles Dickens si può dire che la sua prima pubblicazione non fosse granché, quel Sketches of Boz poteva essere il suo inizio e la sua fine, se un editore lungimirante, dotato di intuito, non avesse colto in quel manoscritto confuso e mediocre un barlume dello scrittore che sarebbe diventato Dickens. “Questa è esattamente la grande paura di ogni editore: scartare allo stesso tempo il manoscritto sbagliato e l’uomo giusto”. L’analisi della società che si trova nelle pagine dickensiane, la qualità indiscutibile dei suoi personaggi, che si tratti di uomini retti e di carattere o di strampalati villain, la capacità di scrivere pagine piene di umorismo, persino saper osservare la quotidianità delle persone, carpire i loro discorsi e farne delle storie è un talento non da tutti. I primi scritti hanno un approccio giornalistico, quel genere di sguardo verso la società che l’esperienza diretta di un dramma come il dissesto economico, come quello occorso alla famiglia di un giovanissimo Dickens, può dare. In seguito la sensibilità lo ha guidato nel portare avanti attraverso i suoi scritti lo studio dei poveri, mai eguagliato, col suo stile onesto e coraggioso e attraverso la satira, arma che non ha risparmiato nessuno, mettere la borghesia di fronte alla realtà…

Nato a Londra nel 1874 e morto nel 1936, il celebre G. K. Chesterton è ritenuto uno dei maggiori studiosi di letteratura inglese e tra i massimi critici e appassionati dell’opera di Dickens. Romanziere prolifico, saggista, giornalista, poeta, con il suo estro letterario ha prodotto un numero incredibile di opere varie per genere e stile, ma la sua figura sarà sempre legata nell’immaginario collettivo all’amato personaggio della serie di gialli investigativi Padre Brown. Ai romanzi di Dickens l’arguto Chesterton ha dedicato delle ispirate prefazioni che sono state raccolte in questo interessante volumetto. Un’opera ideale per gli estimatori di entrambi gli scrittori e per chi vuole scoprire aspetti della scrittura dickensiana che magari non ha colto durante la lettura dei suoi libri, grazie alla lucidità con cui sono stati evidenziati non solo i pregi, come l’ironia e il realismo, ma anche i limiti e i difetti dei romanzi, come il sentimentalismo di alcune situazioni, poiché come sosteneva il saggista la critica non serve per far conoscere all’autore ciò che già sa, ma per fargli comprendere ciò che non conosce di sé. “Ho letto L’isola del tesoro venti volte e la conosco bene. Eppure, non sento di conoscere così bene Pickwick. Potrei leggerlo un milione di volte e ogni volta leggerei qualcosa di nuovo. A noi veri fedeli basta scambiarci un’occhiata per capirci. Ebbene sì, il nostro maestro era proprio un mago. Io credo che i libri siano vivi. Credo che dentro vi crescano ancora foglie, come sugli alberi”.



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