Una infanzia siberiana

Una infanzia siberiana

Clara cresce in Siberia. Sette fusi orari da Mosca. Una bella distanza. Lì, in quel gelo lontano lontano, la prosperità di Mosca è un miraggio, resta un sogno da cullare per continuare ad alimentare il mito di una Rivoluzione perfettamente riuscita. Lì, tutto il buono arriva come una eco distante che si infrange e scivola sulle strade coperte da spesse lastre di ghiaccio. Ma la propaganda arriva puntuale come un fulmine a schiarire le menti e spazzare dagli anfratti ogni germe controrivoluzionario. Nella quotidianità della piccola Clara tutto è imbevuto dei discorsi di Stalin che la radio gracchia senza sosta, dai comizi posticci dei funzionari di partito venuti a premiare questo o quest’altro successo sul lavoro a maggior gloria della falce e del martello stesi lungo tutti e sette i fusi orari da Mosca alle propaggini più estreme dell’Unione. L’infanzia di Clara, però, non è solo l’ombra lunga dei baffi di Stalin; è anche il riverbero attutito, ma indomito, della collettivizzazione delle terre e dei kulaki trucidati, dei campi di concentramento allestiti per gli oppositori del regime, delle file scomposte di cinesi coperti con piumoni dai colori accesi ed allettanti e diretti chissà dove. La sua famiglia è organica al PCUS, ma mantiene pur sempre un certo intimo dubbio ed una certa malcelata critica affiora dalle domande impertinenti e scomode della piccola Clara che vuole capire e finisce per risultare inopportuna ed imbarazzante. Il suo passato, tuttavia, è anche punteggiato da mucche capricciose da mungere, da bestie da accudire e orti da coltivare, da legna da raccogliere; da acrobatici salti dal tetto su un materasso di neve ormai disciolta, da botte e cazzotti come fosse un maschiaccio, dalla nonna e dal nonno, dall’agonia del viaggio per il lavoro volontario nei campi. I suoi occhi incamerano panorami ghiacciati e mozzafiato in cui ogni albero ha il proprio colore e nome ed ogni bacca, ogni strada, ogni sasso, anche. E anche ogni volto ed ogni storia hanno un nome, dalle compagne di stanza a cui ha da con disprezzo (e successivo pentimento) delle ebree, al giovane con la fronte convessa avvistato sulla banchina di una stazione desolata e poi riacciuffato molti anni dopo come Presidente di un qualche Paese satellite dell’URSS…

Le chiedevano tutti ‒ amici e conoscenti ‒ di mettere per iscritto le sue storie e gli aneddoti e Clara Strada Janovic lo ha fatto. Ripescati nella memoria, i suoi ricordi rimangono puri, ben definiti, quasi scolpiti con scultoria precisione nelle descrizioni dei paesaggi, nelle atmosfere per quella che deve essere stata una bambina eccezionalmente attenta ai dettagli della vita che le si svolgeva attorno. Pur avvertendo talvolta un leggero risvolto amaro velato appena da una nota di malinconia, non c’è tristezza in quello che racconta, eppure l’infanzia in Siberia non è stata una passeggiata. Per quanto il padre fosse ingegnere, e tra i più apprezzati, e per quanto la contiguità al PCUS, questo non ha evitato loro le trafile per il cibo, il patimento della fame, del freddo e l’essere schiacciati da un sistema abominevole, paranoico e burocraticamente esasperato e esasperante. In quella che è la sua personalissima esperienza umana, soprattutto nei momenti in cui la vista si rovescia ‒ negli occhi di una bambina prima e di una ragazza, poi ‒ e ci restituisce la prospettiva della macchina annientatrice dell’opposizione al regime coi suoi lager ed i lavori forzati e la dispersiva e grottesca struttura burocratica, ripercorriamo due capisaldi della letteratura russa contemporanea. Sembra, infatti, un po’, di ritornare a leggere le pagine inzuppate di freddo e sete di sopravvivenza che Varlam Šalamov ci ha lasciato della sua esperienza personale nei campi di concentramento staliniani ne I racconti di Kolyma e quelle sferzanti di Michail Bulgakov, per la lucida consapevolezza di un pachiderma forgiato nella Nuova Politica Economica che ha partorito viscidi e pingui nepmen e che ‒ mentre predica lavoro ed uguaglianza, pace e prosperità ‒ da un lato perseguita, censura, trucida, cancella dalla storia, affama e sfianca e chiede sacrifici al popolo in nome di un futuro radioso e socialista, e dall’altro ‒ nel nome proprio della stessa uguaglianza con cui condanna letterati ed intellettuali ed oppositori ai ceppi ed all’oblio ‒ ingozza la sua nomenklatura di pane bianco e caviale.



 

 

 

 
 
 
 

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