Una lama di luce

Dopo una quindicina di chilometri di polvere e buche, lungo “stratuzze di campagna tanticchia meno larghe della larghizza della machina”, il commissario Montalbano arriva in contrada Casuzza. Un contadino ha chiamato la polizia perché ha ritrovato nel suo campo una cassa da morto chiusa. Una strana storia. E quella è una mattina già complicata di suo, perché il Ministro dell’Interno, di ritorno da Lampedusa dove ha visitato i centri d’accoglienza per gli immigrati, prevede di passare per Vigàta, dove sono state allestite delle tendopoli di fortuna per ospitare qualche centinaio di migranti e alleggerire la situazione. Peccato che in quell’accampamento la situazione igienica e logistica sia drammatica, con “quei povirazzi costretti a dormiri ‘n terra e a fari i loro bisogni all’aperto”: così il questore Bonetti-Alderighi ha proclamato la mobilitazione generale sia della questura di Montelusa sia del commissariato di Vigàta per blindare le strade del percorso che seguirà il Ministro, onde evitare che veda scene sgradevoli e che subisca contestazioni, ma abbia “sulo gli applausi di quattro morti di fami appositamenti pagati”. Quando ha ricevuto la telefonata che lo avvertiva della bara di contrada Casuzza, Montalbano stava facendo la doccia e si è molto meravigliato di sentire Catarella che infilava parole latine qua e là nella conversazione mentre gli spiegava che il tabbuto, cioè la bara, non era vacante, ma “occupato da un catafero di morto”. Il commissario ora è davanti alla bara in questione, una di quelle da pochi soldi, di legno grezzo “senza manco ‘na passata di vernici”. È a terra, tra le zolle di terra secca, in “un paisaggio sdisolato, cchiù petre che terra, rari àrboli”, a un chilometro circa da una casetta di mattoni solitaria. Accanto a Catarella e Montalbano il proprietario del terreno, tale Lococo, che spiega di non coltivare nulla in quel terreno perché “ccà non piglia nisciuna cosa. Terra mallitta è”. I tre uomini si decidono ad aprire la bara. Dentro al tabbuto c’è il cadavere di un umo avvolto in un lenzuolo. Spostando il lenzuolo, appare il volto del questore Bonetti-Alderighi. E qui Montalbano si sveglia. Un sogno. E che sogno. Il commissario rimane a lungo coricato a pensarci, poi si alza, apre la finestra e si fa una doccia. Mentre si sta asciugando suona il telefono. È Fazio. Ha telefonato il questore. Il Ministro dell’Interno, che sta visitando Lampedusa, vuole venire ad ispezionare anche l’accampamento di emergenza di Vigàta. Montalbano è irritato e un po’ inquieto. Un sogno premonitore? Succederà dunque qualcosa di brutto a Bonetti-Alderighi?

Una lama di luce è un romanzo molto importante per la continuity della saga del commissario catanese Salvo Montalbano. Soprattutto – definiamolo così – sul fronte interno, quello dei sentimenti e della famiglia. Con Livia Burlando, la storica compagna, le cose non vanno affatto bene: dopo diciannove romanzi (e già nel primo capitolo della saga, il memorabile La forma dell’acqua, Montalbano faticava a resistere alle profferte di una bella sospettata pur di restarle fedele) la loro relazione a distanza scricchiola in modo sinistro, non riconoscono la voce dell’altro al telefono, si tengono il muso, iniziano a considerare l’ipotesi di lasciarsi. A far precipitare le cose però è indubbiamente il fatto che Montalbano perde la testa per un’altra donna, la gallerista Mariangela De Rosa, per gli amici Marian, “quarantina aliganti, beddra, àvuta, gamme slanciate, occhi granni, zigomi rilevati, capilli longhi e nìvuri come l’inca” e con lei avvia una relazione turbinosa, più passionale che cerebrale. Nel frattempo il commissario di Vigàta, turbato da uno strano sogno gravido di simboli, si trova ad affrontare una indagine su di un caso di rapina e violenza sessuale ai danni della giovanissima e bella moglie di un azzimato proprietario di supermercati di mezza età che sin da subito pare avere molti punti oscuri e a condurre un’indagine parallela all’Antiterrorismo su un gruppo di tunisini coinvolti in un traffico d’armi internazionale. Proprio questa seconda sottotrama, in modo del tutto inatteso (ma assai doloroso), va anch’essa a impattare sul fronte interno di cui dicevamo sopra, con il fato drammatico di una figura che torna dal passato di Montalbano e di Livia. Racconta Andrea Camilleri in un’intervista a “D”, il supplemento del quotidiano “la Repubblica”: “La vicenda ha un suo sviluppo che porta anche a una riflessione sulla paternità, la paternità mancata, il dolore comune che unisce le coppie. (…) Nel libro è legata al ricordo di François, il ragazzo tunisino che ne Il ladro di merendine, del 1996, Livia avrebbe voluto adottare, mentre Montalbano non se l’era sentita. François è una tappa fondamentale nella loro storia. Lui appartiene a quella categoria di uomini che non hanno la vocazione alla paternità, non per egoismo o paura delle responsabilità ma perché pensano che non sarebbero padri abbastanza buoni”. Come sempre a dominare la scena però è la scrittura di Camilleri, quell’ibrido di italiano e dialetto siciliano così efficace e suggestivo, e l’abilità dello scrittore di Porto Empedocle nel mescolare con sapienza registro alto e basso, dramma e comicità, cronaca nera e commedia dell’arte.



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