In una lingua che non so più dire

In una lingua che non so più dire
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Andrea vive a Milano da 42 anni. Si è trasferito lì per studiare e in Sicilia non è più tornato. A Milano è diventato magistrato, si è sposato ed ha avuto due figli. E si è integrato, abbracciando la mentalità del nord laborioso, le sue frenetiche abitudini e il suo disincanto. Spesso ripensa alla Canària, la casa padronale dove viveva con il nonno e i genitori, alle giornate della sua infanzia. E nei suoi pensieri tutto converge nel ricordo di Teresa, il suo primo amore, la donna che per il resto della vita ha cercato in tutte le altre. La madre di Andrea, un paio di mesi dopo la sua partenza, gli ha riferito che Teresa si è innamorata di un ragazzo inglese e lui l'ha immaginata in Inghilterra, ad accudire le figlie e il marito. Il desiderio di tornare gli viene all'improvviso, sentendo parlare il dialetto siciliano da alcuni ragazzi che gli passano accanto durante una passeggiata in piazza Duomo. Ora, buttato sul pavimento dell'ingresso della Canària, col fiato corto e le gambe intorpidite, è disperato. Sa che se non fosse partito la sua vita sarebbe stata un'altra e conosce quale malvagio scherzo gli ha riservato il destino, nascondendogli la verità...
Quando prende il treno per la Sicilia, il protagonista di questo romanzo, Andrea, intraprende un viaggio di ritorno. E noi, con lui, torniamo indietro nel tempo. Grazie all'abilità nella scrittura di Tea Ranno, infatti, ci troviamo immersi nel flusso dei suoi ricordi, sbalzati tra il presente e il passato della sua vita. Di questa, l'immagine più calzante la regalano le parole di Bianca, l'amante di Andrea: “Sei come uno che ha abbottonato male i primo bottone della camicia - gli aveva detto un giorno. Sbagliato il primo, sbagliati tutti”. L'amarezza di questa scoperta è accentuata dal grado di coinvolgimento che cresce man mano che si prosegue nella lettura del romanzo, perché l'autrice ci permette di penetrare l'animo non solo del protagonista, ma anche degli altri personaggi che popolano la sua storia. La Ranno con questo secondo romanzo si conferma una scrittrice brillante. E versatile, anche. Infatti Cenere, il suo primo romanzo, uscito solo un anno e mezzo fa e vincitore del nostro Premio Mangialibri 2007 come “Libro dell'anno italiano”, era ambientato nel Seicento e scritto in un linguaggio più ridondante e “barocco”. In questo ci regala una storia completamente diversa, contemporanea, scritta in uno stile asciutto e in un linguaggio più adatto agli uomini e alle donne del duemila che lo animano. La capacità d'introspezione, il ritmo incalzante e l'abilità narrativa, invece, rimangono gli stessi.

 

 

 

 
 
 
 
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