Una madre lo sa

Una madre lo sa
Al “Cobra” Valentina Vezzali, la jesina plurimedagliata fiorettista azzurra, è dedicata l'apertura di questi ventidue racconti. E non è un caso. Lei, l'atleta capace di conciliare ad un certo punto della sua vita la straordinaria metamorfosi fisica e psicologica della gravidanza, con l'altrettanto irrinunciabile fardello sportivo al quale, a quei livelli, nulla puoi assolutamente concedere, incarna in tutto e per tutto lo spirito della madre del nuovo millennio. Il tutto sotto l'aura della più disarmante semplicità e normalità. Una madre che non vuole assolutamente passare per una moderna Wonder Woman, capace di infischiarsene del preconcetto retorico della buona mamma che per essere tale non può permettersi un fisico sovrappeso di venti chili senza dover per questo sacrificare le gesta olimpioniche. Ma c'è anche la storia di Mercè Anglada, ostetrica appena andata in pensione che quasi per uno scherzo del destino dopo aver regalato più di diecimila maternità ad altrettante madri, racconta come di figli suoi, però, non ne abbia mai avuti. Senza rimpianti, perché ogni creatura che ha contribuito a mettere al mondo, è stata in fondo, un po' anche la sua. O la commovente storia di Lesley McIntyre, lei sì madre dalla forza straordinaria, capace di saper prima gioire davanti al destino beffardo e beffato che le aveva regalato per quattordici anni una figlia nata per dover sopravvivere solo qualche giorno, e poi di resistere al vuoto titanico della sua mancanza, riuscendo però a farla rivivere grazie all'arte della fotografia. Ma in queste storie di madri e per madri, non ci sono solo donne, ma anche uomini. Non quelli normali, spesso assenti o inutilmente presenti davanti alla gioia come alla tragedia della vita. Ma quelli come “l'uomo che non dorme”, di professione chirurgo infantile, capace spesso di ridare una speranza di vita a neonati destinati a non averne, il tutto a totale scapito della propria vita privata. Anche dalle sue esperienze trasudano madri spesso inizialmente inconsapevoli ma orgogliosamente fiere poi, dinnanzi alla tragedia di un figlio segnato da un errore della natura, del loro ruolo e della loro condizione. Spesso proprio grazie all'aiuto di quell'uomo, capace di sedici ore di fila di sala operatoria, interrotte solo da un caffè, prima di ritornare, come se niente fosse, al suo tavolo operatorio.
Questa è solo una parte di un tutto - ventidue affreschi tinteggiati con lucida passione dalla giornalista e scrittrice Concita De Gregorio - molto ricco e variegato (a tratti forse poco approfondito), orchestrato con mano leggera e mai invadente. Una mano capace, attraverso il giusto distacco e senza mai voler giudicare, di far parlare le storie e i loro numerosi protagonisti. Dove nonostante la variegata diversità dei soggetti alla fine, si riesce a cogliere il completo e complesso mondo che oggi, più di ieri, costituisce l'impareggiabile e infaticabile “mestiere” di madre.

 

 

 
 
 
 
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