Una mala jurnata per Portanova

Una mala jurnata per Portanova
Il commissario Portanova è seduto al Teatro greco, a godersi la Medea. Ma trecentodiciotto anni e un mese dopo che in quel fatidico 13 maggio 1646 è approdata al porto una nave carica di grano a salvare la città di Siracusa dalla carestia, la “mala jurnata” del 13 giugno 1964 ha voluto che al porto approdi un’altra nave, anche questa volta una imbarcazione merci che però ha trasportato passeggeri. Ed uno di questi è sicuramente coinvolto nell’omicidio di Sebastiano Spicuglia, ventenne ritrovato alla Marina senza vita, con un largo taglio alla gola. Dato questo evento, il commissario Portanova si vede suo malgrado costretto a rinviare le ferie per raggiungere sua moglie. L’omicidio, in apparenza semplice e chiaro, si rivela presto un rebus che mette insieme passato e presente, luoghi vicini e lontani, in un intreccio che solo la sagacia di un investigatore come quel commissario siracusano può dipanare: alle prime domande poste al personale di bordo della nave “Esperia” ormeggiata lì vicino e al responsabile del magazzino di porto, infatti, emerge subito che non di mafia si tratta. Piuttosto, quell’omicidio ha il sapore acido della vendetta personale, di conti aperti e chiusi con mano assassina. Fra il caldo umido dell’estate incipiente, la muddura siciliana e i sigari continuamente riaccesi a placare il nervosismo, Portanova riesce presto a farsi strada fra le vecchie memorie di famiglia del giovane assassinato, districandosi fra piccole e grandi omertà, silenzi e omissioni, piccole ma importanti bugie. Nel bel mezzo di tali indagini, spunta inaspettato un secondo cadavere: Giovanni Spicuglia, padre della giovane vittima e di cui si erano perse le tracce, che viene ritrovato morto a bordo della nave...

Gli ingredienti del giallo italiano ci sono tutti: un commissario abbastanza solitario, una dimensione paesana e di provincia che difficilmente lascia trapelare i suoi segreti profondi, uno o due omicidi che arrivano da lontano ed una inchiesta che con fatica sembra prendere il volo verso la verità. Se poi a questo si aggiungono l’accecante sole siciliano, il dialetto qua e là riportato fra le frasi in italiano, qualche buffo o imbranato collaboratore di Portanova, ecco che la memoria corre subito al più famoso commissario siciliano, quello creato da Andrea Camilleri. Ed infatti le assonanze narrative sono moltissime, come analogo – e, in parte, anche contiguo – è l’ambiente in cui si svolgono i fatti. C’è però un andamento diegetico più serrato, una scelta del meccanismo narrativo più sintetica, una risoluzione dell’enigma più veloce. Il romanzo di Minnella non si caratterizza per originalità del tema e dei personaggi, e forse non rappresenta un inedito nemmeno sul piano del linguaggio e della sintassi narrativa: ma vive di una freschezza, di una rapida sequenzialità realistica cui si contrappone la pigra e a tratti malinconica indagine del protagonista Portanova, quintessenza del siciliano fatalista e rassegnato che Minnella ha la straordinaria capacità di tratteggiare con poche, brevi, calzanti immagini.



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