Una moglie a Parigi

Una moglie a Parigi
Chicago, ottobre 1920. Durante un party in casa, un ventenne alto e snello, dai capelli nerissimi e una fossetta sulla guancia sinistra “dentro la quale si potrebbe precipitare” conquista gli ospiti con i suoi racconti dalla Grande Guerra, durante la quale è stato ferito a una gamba. Si chiama Ernest Hemingway e mette gli occhi su Hadley Richardson, arrivata dalla placida cittadina di St. Louis, l’unica ragazza dall’aspetto riservato e non alla moda, con i capelli raccolti invece che tagliati alla maschietta come impone il momento. In lutto per la recente scomparsa della madre e cresciuta con l’etichetta di malata mentale, Hadley sente battere il suo cuore. “Ti andrebbe di leggere qualcosa di mio? Non è ancora un racconto, giusto un abbozzo”, le chiede il bel giovane, dando inizio a un sodalizio durato sei anni, durante i quali la ragazza di provincia leggerà le bozze di uno degli scrittori più capaci di tutti i tempi. A festa finita, Ernest comincia a mandare lettere quotidiane a Hadley, che non esita ad acconsentire di sposarlo e di seguirlo a Parigi, dove intende cimentarsi nella carriera di scrittore. Qui, nel pieno dei ruggenti anni Venti, senza un soldo e innamorati, frequentano personaggi come Gertrude Stein, Ezra Pound e Scott Fitzgerarld con l’esuberante Zelda. Hadley impara che stare al fianco di un genio richiede più amore di quanto si possa chiedere a una sola donna. Hemingway trascorre i giorni chiuso nel suo studio chino sulla macchina da scrivere e solo alla sera Hadley trova un conforto dal suo isolamento, sempre che il lavoro sia andato bene. I suoi scritti resteranno sempre la preoccupazione principale di Hemingway, e nemmeno la nascita di un bambino potrà metterli in secondo piano. Il desiderio di vivere sul campo le esperienze dei suoi futuri racconti lo porta a trascorrere lunghi periodi lontano da casa e l’incontro con altre donne è inevitabile, con i palesi flirt spesso sotto gli occhi della moglie, costretta a subirli e, infine, anche a convivere con quella che diventerà la seconda coniuge dello scrittore…
Un punto di vista intimo e femminile sugli esordi di uno dei grandi della letteratura del Novecento, che alla Parigi di quegli anni dedica l’incompiuto Festa mobile, in cui scrive: “Se hai avuto la fortuna di vivere a Parigi da giovane, dopo, ovunque tu passi il resto della tua vita, essa ti accompagna perché Parigi è una festa mobile”. L’autrice s’immedesima nel difficile ruolo della prima compagna di vita di un uomo forte e razionale, ma al tempo stesso capace di forti passioni e bisognoso di cure femminili. Hadley è una donna particolare, capace di sostenere la vista di una corrida per intero, senza impressionarsi e anzi travolta da un grande entusiasmo. Sono entrambi due genitori anomali: lui sembra quasi dimenticarsi di avere un figlio; lei sente fortissimo il legame materno, ma talvolta non riesce a farlo prevalere sull’amore per Ernest e quello che comporta. Così il piccolo Bumby, come sono soliti chiamarlo nella loro dimensione familiare fatta di vezzeggiativi e nomignoli, si ritrova a trascorrere interi mesi con la tata, di cui Hadley non può fare a meno nonostante non abbia un lavoro. Una ragazza all’antica, capace di rivedere alcuni dei suoi schemi mentali per adattarli alle necessità di Ernest. Una scrittura scorrevole e ben documentata riesce a farci dimenticare che non stiamo leggendo un’autobiografia ma un testo di fiction. Un romanzo che tiene incollati alla pagina e fa sognare, una chicca per gli appassionati di Hemingway e un eccezionale sprone per chi si dedica alla scrittura.  Incontrare una figura così affascinante in veste di co-protagonista è un’esperienza unica che aiuta a capirlo. Sì perché nonostante tutte le batoste, Hadley delle sue quattro mogli è stata forse la sola a comprenderlo davvero. 

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