Una notte soltanto, Markovitch

Una notte soltanto, Markovitch

Non si può dire che Yaakov Markovitch sia un brutto uomo. Non è nemmeno bello, però: se una bambina lo vede, infatti, diciamo che non scoppia a piangere, ma di sicuro nemmeno sorride. In definitiva, non può essere definito in altro modo che un uomo mediocre, con un volto sorprendentemente privo di peculiarità, tanto che l’occhio non si sofferma a guardarlo, ma scivola oltre, su un albero al lato della strada o su un gatto rannicchiato in un angolo. Indugiare sulla banalità di quel viso richiede sforzi enormi. E gli esseri umani, a parte casi eccezionali, non amano sobbarcarsi sforzi enormi. Il che, nel caso di Yaakov Markovitch, è un indubbio vantaggio. Il suo comandante infatti lo guarda e gli dice: “Tu trafugherai armi; con quella faccia nessuno se ne accorgerà”…

Quanta dolce malinconia in questo romanzo! Se fossero tutti così, la letteratura sarebbe migliore. È un libro sensuale e delicato, tenero, pervaso di passione e profumato di ironia. Alcuni autori sudamericani che la critica lega insieme come fiori in un mazzo nella cosiddetta corrente del realismo magico sono caratterizzati da una prosa capillare, che irrora tutto: Ayelet Gundar-Goshen scrive nello stesso bellissimo modo. Dà dunque vita a un’opera compiuta, massiccia, solida, curata, raffinata, con personaggi molto forti, che parla d’ogni aspetto della vita: felicità, amicizia, amori e odi, identità e patria, matrimoni combinati e catastrofi annunciate, guerra e pace, avventure, furbizie e scherzi della sorte, iniziando dalla Palestina d’epoca bellica (la Seconda Guerra mondiale) fino a riferirsi, più o meno velatamente, anche alla contemporaneità.



 

 

 

 
 
 
 

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