Una piccola voce

Una piccola voce
Dopo una notte come questa, l'ennesima notte di deportazione verso i campi di lavoro o, peggio ancora, verso i campi di sterminio tedeschi, sarà difficile sorridere ancora; così come dopo aver visto i volti impassibili dei militari che compongono il plotone armato di accompagnamento dei deportati sarà difficile tornare ad accettare serenamente l'idea che "Dio creò l'uomo a Sua immagine e somiglianza". Le parole non bastano a rendere l'idea, ma nonostante questo bisogna comunque continuare a scrivere e raccontare quello che succede quotidianamente, perché "siamo occhi e orecchie di un pezzetto di storia ebraica, e qualche volta sentiamo il bisogno di essere anche una piccola voce. Dobbiamo informarci reciprocamente di ciò che avviene negli angoli più reconditi di questo paese, e ciascuno deve contribuire con un minuscolo frammento, per poter formare alla fine della guerra un mosaico che copra il mondo intero". Quindi c'è chi continua a scrivere. Nella scorsa notte molti aerei in volo, bombardamenti nelle città vicine; magari un binario ferroviario colpito da una bomba. Nell'aria c'è ancora, inutile, la speranza che il trasporto della settimana possa essere annullato...
Esther Hillesum (Etty) nonostante le ambizioni letterarie non è mai stata una vera e propria scrittrice (vissuta in tempo di guerra e morta a soli 29 anni, non ha avuto tempo e modo di dare forma alle sue aspirazioni) ma, come dice lei stessa, ad un certo punto ha sentito il bisogno di essere "una piccola voce"; ha sentito cioè il bisogno di raccontare quello che vedeva succedere ogni giorno nel campo di transito olandese di Westerbork - campo a cui era stata assegnata per fornire assistenza sociale ai deportati ed in cui viene definitivamente internata, insieme al resto della sua famiglia, a partire dal 1943 per poi essere mandata a morire ad Auschwitz. Una piccola voce, quindi, non è altro che una lunga lettera di testimonianza che - cronaca più che romanzo - racconta con urgente necessità, semplicità e coinvolgente immediatezza la vita, la deportazione, la quotidiana sofferenza e troppo spesso anche la morte degli ebrei olandesi rinchiusi nel campo. Breve (appena 20 pagine), lieve nonostante l’orrore della realtà che racconta e intimo come la confidenza di una cara amica, quello della Hillesum non è solo l’ennesimo libro sulla Shoah ma un “minuscolo frammento” di verità che vale assolutamente la pena di leggere e portare nel cuore.

 

 

 

 
 
 
 
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