Una solitudine troppo rumorosa

Una solitudine troppo rumorosa
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In una Praga affascinante ed in pieno cambiamento, un uomo chiamato Hanta vive la sua vita completamente assorbito dal lavoro che porta a termine ogni giorno. Hanta lavora in una pressa nella quale trovano la loro fine tutti i libri della città, schiacciati e compressi in parallelepipedi che lui crea come fossero opere d’arte proprio dalla distruzione che dovrebbe dare loro. Hanta ama i libri talmente tanto che cerca di salvarne ogni sera qualcuno, portandolo in una casa, la sua, che ne è piena tanto da scoppiare. Eppure, ce n’è sempre uno che merita, uno che vale la pena di leggere, uno che non può essere abbandonato. Colui che dovrebbe distruggere i libri li salva; colui che ne dovrebbe cancellare ogni traccia, li fa risorgere sotto altre forme, che richiamano all’arte. Filosofi, scrittori, saggi, teologi diventano maestri di Hanta, che contro la sua volontà si istruisce e diventa una rappresentazione quasi fisica di quei libri che ha imparato ad amare così tanto. Un amore questo che informa e riempie la sua intera esistenza da trentacinque anni, a tal punto che “da trentacinque anni pigio i bottoni verde e rosso della mia pressa, da trentacinque anni però bevo anche brocche di birra, non certo per il bere, io ho orrore degli ubriachi, io bevo per aiutare il pensiero, per arrivare meglio al centro stesso dei testi, perché quello che io leggo non è né per divertimento né per far passare il tempo o addirittura per addormentarmi meglio, io, che vivo in un paese in cui quindici generazioni sanno leggere e scrivere, io bevo per poter non dormire mai piú a causa della lettura, perché la lettura mi faccia venire il tremito, poiché io condivido con Hegel quell'opinione che un uomo nobile è poco un nobile e un criminale è poco un assassino”...
Il libro di Hrabal è un atto d’amore nei confronti dei libri, ma anche di chi li legge e li fa entrare non tanto nella propria libreria quanto nella propria vita, nel proprio cuore, nel proprio spirito. La libertà di far nascere idee e pensieri al di fuori dell’ordine costituito - addirittura all’interno di esso, sebbene non secondo le sue stesse regole - avvolge questo libro, che esalta la completa indipendenza di chi decide di usare la propria curiosità, la propria immaginazione, la propria intelligenza per scoprire e comprendere il mondo anche attraverso gli occhi di chi scrive, chiunque esso sia e qualunque sia il suo nome. Hanta conduce la sua esistenza e vive i suoi tempi come tutti, ma anche in maniera completamente differente. Impara a pensare, a riflettere ed a riconoscere il dolore che questo processo si porta dietro. Che poi ad insegnarglielo siano Erasmo, Kant, Laozi oppure il Talmud è ancora meglio. Quello che lui comprende, percependolo in maniera quasi epidermica nella sua pressa, avvolto dalla distruzione di cui egli stesso è artefice, è che i libri rimangono vivi, sempre e comunque, poiché rimangono vivi i pensieri dai quali sono nati e quelli ai quali hanno dato e daranno origine. Hanta e la sua pressa sono una cosa sola, così come la pressa è una cosa sola con i libri che inghiotte. Così come il lettore con i libri che legge.

 

 

 

 
 
 
 
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