Una specie di solitudine

Una specie di solitudine
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“Nella mezza età c’è mistero, c’è mistificazione. Il massimo che riesca a cogliere di questo periodo è una specie di solitudine. Persino la bellezza del mondo visibile sembra sbriciolarsi, sì persino l’amore. Sento che c’è stato come un aborto, una svolta sbagliata, ma non so quando sia accaduto né ho speranza di scoprirlo”. Era una giornata piovosa e molto coperta, ma lui e B. sono andati dai Newberry, hanno pattinato su un laghetto ghiacciato e giocato a backgammon. E hanno bevuto parecchio: gin, whisky e vino… È la seconda domenica di Quaresima. Cerca di seguire la messa, ma non è molto preso dalla predica della dottrina dell’Incarnazione. Il pastore è un uomo dalla mente semplice e dall’attrattiva pressoché nulla, così lui inganna il tempo passando in rassegna la variegata umanità che siede composta nei banchi della chiesa… Passeggiando a New York, nella Ventitreesima strada si ferma davanti a una vetrina piena di crocifissi di plastica e a un cartello che mette in guardia sul non perdere il proprio amore per colpa della ciccia…

John Cheever era un alcolizzato – e non manca di parlarne in questi diari –, uno che scriveva le sue storie in mutande in un seminterrato, un padre di famiglia dall’esibita ma ambigua bisessualità (c’è qualche accenno anche a questo tema). Non proprio un uomo ordinario, pur essendo un membro della bigotta middle class americana, alla quale non negò mai di appartenere, ma di cui irrise ipocrisie e incoerenze nei suoi racconti. Sono tanti i conflitti irrisolti che hanno tormentato la vita di Cheever, scissa tra quella pubblica di maestro indiscusso della short story e quella privata di uomo inquieto. Il biografismo è un errore fatale perché è a dir poco da ingenui giudicare un autore in base ai rapporti con la moglie, i figli, gli amici, i vicini, psicanalizzando abitudini ed episodi non strettamente o per nulla legati alla sua produzione letteraria. Ma qui si sta parlando dei diari di un uomo che si mette a nudo raccontando la sua vita privata, che anche quando parla d’altro prende sempre spunto da essa. La sua è una confessione lunga quarant’anni, una confessione autentica dell’impotenza (e forse anche dell’inutilità) di provarci a capire qualcosa. Sull’amore, sulla famiglia, sulla religione. C’è tutto e il suo contrario in queste pagine: le tenebre cupissime e la luce abbagliante, il piacere e il dolore, la vita e la morte. Lo scrittore annota con dovizia di particolari tutto ciò che gli capita o gli passa per la mente: risvegli con i postumi di una sbornia, fuochi d’artificio, gite in spiaggia, picnic, aperitivi, cene in giardino. Schegge, frammenti, privi di un filo conduttore, scritti a distanza di giorni, settimane, mesi (non è riportata alcuna data, escluso un paio di volte in cui però non è specificato l’anno). Ma nonostante si tratti per lo più di avvenimenti quotidiani, di certo non mancano i momenti di lirismo; e specialmente nei passaggi più drammatici, in cui il tono da diaristico vira al poetico e al filosofico, il lettore spia tra le pieghe dell’anima straziata dello scrittore, continuamente perseguitato da questa “specie di solitudine” che lo fa sentire come in gabbia (“Ho pensato di nuovo, sulla poltrona del dentista, che sono come un carcerato che tenta di evadere dalla parte sbagliata. A quanto ne so la porta potrebbe essere aperta, ma continuo a scavare un tunnel col cucchiaino”). Cheever vorrebbe “trovare un equilibrio tra lo scrivere e il vivere”, ma poi finisce per rassegnarsi, seppure solo in tarda età, e accettare, forse per stanchezza, la maledizione dell’irrequietezza che gli è toccata in sorte. Lo fa con un sorriso amaro e disincantato: “Ma riguardo al viaggio di questo battello mutilato non ho niente da scrivere sul diario di bordo. Ho compiuto i miei atti osceni, che a me sembrano di qualche importanza ma che stamattina mi annoiano”. Una specie di solitudine è una lettura interessante, da cui emergono i demoni che hanno accompagnato John Cheever, pur non essendo il diario crudo e viscerale che ci si aspetterebbe da un uomo così sensibile e ricco di contraddizioni.



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