Una sporca storia

Una sporca storia
Il disastro ambientale sulle coste della Galizia; la stupida ostinazione dei potenti della terra; l’eterno conflitto tra israeliani e palestinesi; il conto aperto con la dittatura del Generale Pinochet; il duro confronto con l’inettitudine dell’uomo in quanto tale sono argomenti sufficienti per tracciare un quadro miserabile del mondo contemporaneo. L’argomento variamente interpretato della sicurezza si fa pantomima grottesca quando la domanda “Ma di chi hai paura?” la si rivolge ai padroni del mondo racchiusi nel loro cinico circolo del G8 (“Mi sono chiesto sé è normale che ottantamila poliziotti, due reggimenti, aerei da combattimento, fregate, batterie lanciamissili proteggano otto tizi eletti democraticamente. Di cos’hanno paura? Dei loro elettori? Di me?”). La libertà sulle bocche di tutti diventa motto diafano sulla bocca di chi semina bombe, architetta guerre, in un delirio di onnipotenza che non guarda in faccia nessuno (“Quei pastori afghani erano parte dell’asse del male che minaccia, secondo Bush, la libertà, il nostro sistema di vita, concetti che a forza di essere ripetuti da un handicappato morale hanno perso tutto il loro valore e il loro significato”)...
La Moleskine è quel taccuino su cui si fermano idee, pensieri, ricordi. Dalle sue pagine possono lanciarsi anche sferzanti denunce, quando guardandosi intorno si vede solo miseria, sfruttamento, ignoranza, stupidità e prepotenza. Diventa però anche un viaggio dentro se stessi, un modo per fermare il tempo, ricordare chi non c’è più, fare chiarezza su un dolore, abbozzare una storia raccattata per strada, salutare un amico che intraprende un lungo viaggio. Stavolta per sempre. Ma in una Moleskine c’è anche spazio per la dolcezza e la tenerezza dei ricordi, per le persone “indispensabili” che con il loro addio ci hanno lasciato nel cuore un alone di tristezza: amici, maestri compagni di lotta e di vita persi, ritrovati e poi di nuovo persi, ma mai dimenticati. Luis Sepulveda ci ha abituati a bordate taglienti che racchiudono con coerenza immutata la sua personale visione del mondo ed il suo essere attento a cogliere i risvolti più grotteschi della degenerazione umana con l’indignazione ed il fastidio di chi si ferma a raccogliere un cane abbandonato in un’area di servizio o nota l’irrazionalità degli uomini che piagnucolano sulle proprie sventure invece di reclamare i propri diritti. La stessa indignazione che inchioda sul tavolo dell’ironia Aznar (un uomo piccolo, ma veramente piccolo, coi baffi), Berlusconi (il Cavaliere), Bush (l’intellettuale texano), Blair. Il generale Pinochet - c’è anche lui, in cima alla lista - Sepulveda non lo dimentica mai, come non dimentica Salvador Allende e gli anni passati al suo fianco tentando di realizzare un sogno,  tuffandosi nei versi di Fayad Jamis, poeta cubano che scrisse: “per questa rivoluzione bisognerà dare tutto e non sarà mai abbastanza”.  Il suo “bighellonare” lo porta a scoprire storie meravigliose che si nascondono nel seno della gente comune, a guardarsi intorno con occhi attenti e trarre dai gesti quotidiani gli spunti per maturare riflessioni profonde. Ma ci ha abituati anche a quella struggente dolcezza che si può trovare tra le memorie più care, più serene e gioiose della propria vita o nello sguardo rapito e quasi devoto che posa su quel microcosmo che si affaccia sul mar Cantabrico. In Una sporca storia dolcezza e indignazione sono due facce della stessa medaglia, unite da un costante filo rosso che non è altro che la passione politica  mai doma di Sepulveda che sfocia e si sfoga in un talento narrativo per cui ogni aggettivo si spreca.

 

 

 

 
 
 
 
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