Una storia d’amore e di tenebra

Una storia d’amore e di tenebra
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L’appartamento in cui viveva era minuscolo e il soffitto bassissimo, i genitori dormivano in un divano letto che da aperto occupava gran parte dello spazio vitale della stanza, mentre il piccolo Amos era relegato in un cantuccio dipinto di un verde tenue. Nella scala di valori dei suoi genitori tutto ciò che era occidentale stava culturalmente più in alto: Tolstoj e Dostoevskij andavano bene, poi malgrado Hitler continuavano a considerare la Germania al di sopra della Russia e della Polonia da cui provenivano. Poco più in alto c’era la Francia, e in vetta a ogni classifica spiccava per distacco l’Inghilterra. Era l’Europa la vera terra promessa di tanti ebrei, europei per nascita eppure rigettati come fossero corpi estranei. La Gerusalemme dagli anni venti ai quaranta, quella sotto il mandato britannico, era una città affascinante e popolata da uomini di cultura di rilievo: Martin Buber, Gershom Scholem, Agnon. Oltre i Monti di Tenebra però c’era la Tel Aviv di allora, centro culturale d’avanguardia, regno della cultura, del giornalismo e della politica. Se a Gerusalemme la gente cammina sempre come se fosse di ritorno da un funerale, a Tel Aviv tutti sono attivissimi, e la gente scorre incessante come un fiume. Luce, cielo, impalcature, modernità, gioia di vivere: a Gerusalemme per forza di cose si parla di Tel Aviv con un misto di ammirazione e invidia. La città santa per eccellenza, però, è stata distrutta e ricostruita un’infinità di volte, è stata assoggettata da un conquistatore dopo l’altro, e per questo suo eterno destreggiarsi da una dominazione all’altra è un po’ come “una vecchia ninfomane che spreme sino allo spasimo, prima di scrollarsi via di dosso con uno sbadiglio un amante dopo l’altro”. Amos avrà avuto quindici anni quando decise di andare a vivere in un kibbutz. A differenza di suo zio Yosef credeva nel socialismo…

Sarebbe sbagliato definire Una storia d'amore e di tenebra come una biografia romanzata di Amos Oz. È piuttosto un vero romanzo autobiografico con tratti da zibaldone, uno scavo nelle memorie dell'infanzia e dell’adolescenza trascorse a Gerusalemme. La narrazione, non lineare, procede con balzi in avanti e indietro sulla linea temporale, e fra continui contrasti: da un lato Gerusalemme, centro politico ma anche religioso di Israele, dall'altro Tel Aviv cuore pulsante di uno stato sempre più proiettato in avanti e verso Occidente; l'amore incondizionato verso la madre morta suicida stride coi conflitti di carattere politico col padre, vicino ad ambienti di destra e contrario alle simpatie laburiste di Oz (per alcuni, Shimon Peres lo avrebbe visto bene come suo erede). Come preannuncia il titolo permane una dicotomia, una dialettica fra amorosa luce e tenebra angosciosa. È la scissione dell'animo dell'autore il file rouge, dunque, il pretesto scelto per affrontare temi universali e universalmente validi. C’è il dramma dell’integrazione fallita degli ebrei di cui l’Europa fu responsabile, c’è il dramma delle conseguenti migrazioni, c’è il problema ancora irrisolto dello sradicamento che un tempo fu degli ebrei e che oggi gli ebrei impongono agli arabi palestinesi, in una specie di contrappasso. Sullo sfondo i kibbutz e l’utopia egualitaria e anticapitalistica, gli attacchi terroristici dei fedayyin, l’erudizione dei genitori del protagonista. È piacevolissimo il taglio metaletterario e quasi ipertestuale che Amos Oz dà alla sua opera, che non si trincera mai in una forma diaristica o storica, ma acquista note di colore continue grazie agli innumerevoli autori chiamati in causa (oltre a quelli già citati, ci sono anche Kafka e Cechov). Corposo fino all’eccesso, come ogni romanzo-vita che si rispetti, è un libro in cui l’autore riversa tutto sé stesso. Un consiglio spassionato: evitatelo se non vi interessano le biografie e i riferimenti continui alla storia, se le vicende troppo tristi vi buttano giù, se siete in cerca di una lettura leggera o di un semplice libro che vi consenta di spegnere il cervello, se il tradizionalismo ebraico esasperato fatto di Torah, Kippur, sinagoghe e riferimenti alla Shoah e alla diaspora non vi interessa minimamente.



 

 

 

 
 
 
 

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