Una storia quasi solo d’amore

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Roma. Grazia Palazzi gestisce una scuola di Teatro a Monteverde Vecchio. Non è più un’attrice, si domanda se lo è mai stata davvero. Ogni tanto le offrono qualche piccolo ruolo in fiction televisive, ma nulla di più. In compenso insegnare recitazione le piace, lo fa con serietà, impeto e passione anche se il suo è un mestiere più denso di rimpianti di quanto la gente non creda. Lei rimpiange per esempio la sua “enfasi ridicola”, rimpiange le cattiverie che le è capitato di dire a qualche allievo, rimpiange di non aver fatto abbastanza per impedire che qualcun altro mollasse tutto. Negli anni tanti giovani sono passati per la sua scuola, li ricorda tutti ma uno che ricorda in particolare è Flaminio Morante detto Nino, una specie di giullare dal sorriso incantevole che spesso battibeccava con lei. Aveva talento, a suo modo, aveva l’istinto del palcoscenico, aveva personalità, aveva faccia tosta. Si è trasferito a Londra con la sua ragazza ma i due giovani fanno una vita grama, lei in una gelateria e lui “buttadentro” per un ristorante greco di bassa qualità. Ad una lettura pubblica Grazia viene avvicinata da una signora che le spiega di essere la madre di Nino: è preoccupata, vorrebbe che il figlio tornasse a Roma, che si intravedesse per lui uno straccio di futuro ora che ha più di vent’anni. La scongiura di trovare al ragazzo un lavoro, anche saltuario, e così quando decide di organizzare un corso di Teatro per anziani Grazia pensa proprio a Nino: lo contatta via mail, lui molla Londra, molla la ragazza e torna a Roma. Intanto nella vita dell’ex attrice piomba una nipote di quasi trent’anni, Teresa, che da Terracina è venuta a stare a casa da lei. Grazia e Teresa, che ha trovato lavoro in un’agenzia di viaggi, hanno avuto anni prima un rapporto di grande complicità, ma la ragazza ora è provata da una dolorosa vicenda sentimentale, con la zia è “solida, bella, sorridente (…) e gentile sempre – però distante, chiusa come un mistero”…

Con rigore e coerenza, Paolo Di Paolo va dritto per la sua strada. Non ammicca alle mode letterarie, non approfitta dei sentieri battuti del romanzo di genere, magari “riveduto e corretto” con una sapiente verniciata di intellettualismo, non si arrende al conformismo dei gusti di un certo pubblico, non scrive business plan ma libri. La sua stella polare come romanziere (perché è anche giornalista e ha firmato saggi su vari argomenti) è quella per capirci della grande narrativa italiana pre-cannibali: misura, eleganza, nitore. Originalissima la prospettiva dalla quale l’autore racconta la “storia quasi solo d’amore” di Nino e Teresa: lo sguardo di Grazia, reso più acuto e amaro da una contingenza che scopriamo solo nelle struggenti pagine finali. Uno sguardo da attrice drammatica maniacalmente attenta ai ritmi, ai gesti e ai respiri, che consente a Di Paolo anche di dedicare parole bellissime al Teatro come simulacro della vita (o forse è il contrario?): “C’è una zona teatrale in ogni nostro atto (…), una posa, una pronuncia, un gesto, un’espressione del viso che corrisponde a un calcolo e comunque è un’attesa. Non è una questione di doppia vita, ma di questa, dell’unica”. Le tormentate ma sempre estremamente verosimili, comuni – tanto che viene spontaneo immedesimarsi nei protagonisti, sorridere a questo o quell’episodio riconoscendone uno simile nella nostra memoria, dare per scontato che ci sia qualcosa di autobiografico qua e là – vicende sentimentali dei due protagonisti si intrecciano alla cronaca. Il romanzo è ambientato a cavallo tra 2012 e 2013, si accenna en passant alla caduta del Governo Monti, si raccontano più approfonditamente perché funzionali alla trama le dimissioni di Papa Benedetto XVI e l’arrivo sul trono di Pietro di Papa Bergoglio. Una storia quasi solo d’amore è cioè materia viva, non un vuoto esercizio di stile malgrado la scrittura sia sempre raffinata, malgrado si avverta un profondo lavoro di levigatura e la volontà pervicace di non arrendersi nemmeno un momento ai cliché strutturali della forma romanzo come siamo abituati a percepirla negli ultimi decenni. Per citare uno dei passi più belli del libro, “qualcuno, da lontano, scambia per luce vera il neon freddo e sterile del saperci fare”. Non noi, no. Noi vediamo con chiarezza che quello di Paolo Di Paolo è (ancora) puro, luminoso talento.



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