Una storia russa

Una storia russa
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Il primo reportage della sua vita, Il’ja lo realizza nei primi giorni di marzo del 1952. La sua amata FED stretta al petto per proteggerla dagli urti della folla che procede inebetita intasando strade, calpestando a morte migliaia di persone, salta muri, percorre cunicoli, cortili, apre botole, scala grondaie. Nessuno conosce quei passaggi meglio di lui e dei suoi amici Sanja e Micha che vi hanno trascorso anni a giocare a guardie e ladri. La notte in cui si salva la vita cadendo in tombino che finirà presto per riempirsi fino all’orlo di cadaveri, la notte in cui è uscito di casa per documentare il funerale di Stalin, è anche la notte che segna la fine dell’innocenza, il momento in cui inizierà a realizzare che la verità ufficiale non è mai quella vera. Le uniche due foto che riuscirà a scattare saranno le sole testimonianze di una carneficina di cui la storia ufficiale non recherà traccia. È la stessa notte in cui il suo grande amico Sanja lo vede comparire sulla soglia di casa sua ferito, atterrito, con la macchina fotografica al sicuro nei pantaloni e accudendolo realizza qualcosa di sé e delle proprie reazioni alla pronunciata virilità di Il’ja, che non è solo fisica, pur essendo questi straordinariamente dotato per un ragazzino gracile che tutti chiamano il Nano, ma è soprattutto morale, lo innalza al di sopra dei giochi infantili che condividono con Micha, terzo membro del Trianon, un’inscalfibile alleanza cementata dai soprusi subiti nei corridoi di scuola. I tre ragazzi oltre alla passione per la letteratura e per gli eroi decabristi eternati da autori come Herzen e Ogarëv condividono un marchio, quello della diversità: la statura di uno, i capelli rossi dell’altro, la delicatezza dei tratti e l’amore per la musica del terzo, la dignitosa povertà, ne fanno gli ultimi anelli della catena alimentare e prede perfette per la furia troglodita di Muzakin e Mutorin. L’amore di Micha per la poesia, l’amore di Sanja per la musica, la passione di Il’ja per il collezionismo – di libri, di arte, di immagini e di persone – sono la cifra del loro rapporto, il collante che li terrà insieme anche quando le loro vite cominceranno a riempirsi di segreti, li aiuterà a comporre le divergenze glissandoci su con garbata ironia, come Micha faceva sui suoi amati pattini con lame Einstein fino al giorno in cui difenderli gli è costato la perdita dell’innocenza, l’incontro ravvicinato con la morte. A definirli pienamente come uomini, tuttavia, saranno le donne che li incontrano, li amano, li proteggono, oltre che i maestri che li forgiano, li sfidano a raggiungere vette insperate. Figure come il marinaio Arthur detto re Artù e il professore di letteratura Viktor Jul’evič ‒ che i ragazzi seguiranno come un pifferaio magico per le strade di Mosca alla scoperta della topografia letteraria della città ‒ li iniziano al pensiero critico, li spingono lungo le chine della samizdat, il contrabbando di opere copiate. Le donne che condividono il loro cammino sono tuttavia le tessitrici della Storia: Ol’ga, l’idealista che espulsa dall’università sposerà Il’ja e tradurrà letteratura proibita sfidando sua madre, la potentissima dirigente del Partito Antonina Naumovna, Tamara che rinuncerà a qualcosa di prezioso per salvare il suo amante sionista e la di lui legittima famiglia, Volpe, folle e libertaria, sua sorella Sura docile e rassegnata, la cui figlia salverà Arthur dal carcere grazie ad un paio di stivali troppo stretti, Liza che riavvicinerà Sanja alla musica aprendogli un luminoso futuro, Anna Aleksandrovna, nonna, all’occorrenza cavaliere senza macchia, generosa, altruista e con profondi legami di amicizia…

Persino le figure più deboli come la madre di Il’ja, legata a un uomo sposato e pieno di rimpianti per la paternità rinnegata, la povera Galja Poluchina che finirà sposa a Gennadij, l’ignobile Roditore che tormenta l’amore della sua amica Ol’ga, Valja, la zia di Ol’ga che pur essendo una valida accademica è stata rinnegata dalla potente sorella e ne ha sopportato in silenzio l’allontanamento dalla famiglia, Minna, la debole di mente innamorata a suo modo di Micha e afona, grazie alla splendida poetica di Ludmilla Ulitskaya hanno una loro voce stentorea. Tutte contribuiscono come un unico coro greco a narrare eventi, tessere storie, e soprattutto a ricreare l’intricata, perfetta, tela dei rapporti interpersonali, interfamiliari, intergenerazionali che costituisce la spina dorsale di questa creazione. Ogni personaggio è legato a tutti gli altri da fili a volte invisibili, da trame antiche o recenti, non si può estrarne uno senza tirarsi dietro tutti gli altri. Nessuno è superfluo, il generale Afanasij Michajlovič e il suo amore segreto per Sofja e l’operatore di pompe funebri Arij L’vovič, la giovanissima e innamorata Katja Zueva, lo sfuggente Anatolij Aleksandrovič Čibikov, i bambini sordomuti e gli orfani Tatari di Micha, contribuiscono all’equilibrio perfetto della narrazione quanto i protagonisti principali, facendo, di Una storia russa, una storia universale. Non vi è un solo rigo di troppo in quest’opera monumentale che si inserisce a pieno titolo nel solco della grande tradizione letteraria russa e che grazie alla magistrale traduzione e al sapiente uso delle note, si legge tutta d’un fiato. Nonostante alcuni suoi recenti atteggiamenti quali la presa di posizione contro l’annessione della Crimea (salvo poi accettare la presenza al suo settantesimo compleanno del ministro della cultura del governo Putin) abbiano suscitato critiche e accuse di incoerenza, la Ulitskaya è innegabilmente una donna dal sapere enciclopedico, la cui cultura ricorda la formazione di un ingegnere rinascimentale, costruisce la sua opera mescolando sapientemente tecnica, poesia, matematica, letteratura, musica e dà vita a un racconto universale che travalica i quasi cinquant’anni attraverso cui si dipana, affonda le radici nella grande tradizione letteraria russa, si nutre degli archetipi da essa prodotti e ne forgia di nuovi e mette le basi per il proprio eternarsi nel grande amore degli uomini per la cultura, che l’ignoranza, la grettezza, la paranoia violenta della politica hanno da sempre tentato di sconfiggere. Chiudendosi la storia nel 1996 non possiamo non ritenere che l’autrice sia ben consapevole che quella ottenuta dai suoi protagonisti è una vittoria effimera e addirittura foriera di un’amara sconfitta, ma possiamo affermare che al di la della sua volontà, come accade agli Alexeji, i Borodjin e le Natasha di cui si nutre l’agiografia culturale nazionale, Sanja, Ol’ga, Micha e Il’ja vivono nel mito, non nella storia.



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