Una testa mozzata

Una testa mozzata
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Jason King detto Jase è un ex fantino, e del fantino ha il fisico da quasi nano: 1 metro e 56 per 45 chili. Da quando ha chiuso coi cavalli, il solo “sport” che pratica è il calcio da tavolo, meglio noto come subbuteo. La vita è una specie di catena alimentare in cui sei sempre a rischio, o se vogliamo un campionato in cui devi lottare con le unghie e con i denti per non retrocedere, ‘calatroia. Jase ormai ci ha fatto il callo, eppure le sue giornate in quel macrocosmo che è il Fife, la popolosa regione scozzese nei pressi di Edimburgo, non hanno mai uno scopo. D’altronde basta poco, l’importante è potersi concedere una pinta di oro nero Guinness al Goth, il ciuccatoio locale, e una bella sega dopo aver guardato per bene i culi sodi delle fighette danarose come Lara Grant e Jenni Cahill. Lara, con cui è persino stato – e ai tempi Jase era ai limiti della pedofilia – sta con quel caprone di Monty. Jenni, la ragazza dark ancora immersa nell’adipe adolescenziale e nella musica deprimente di Marilyn Manson. Probabilmente si odiano tra loro, e l’unica cosa che le unisce è la passione per l’equitazione. Nel Fife la fauna umana è straordinariamente varia: ci sono gli altri bevitori come il Socio Watson e il Duca di Musselburgh, i letterati Sammy F. Hunter ed Ackey Shaw, l’ex reverendo Jack Anstruther ridottosi a barbone alcolizzato. Questo è il Fife, il regno del Fife. Puoi amarlo e odiarlo allo stesso tempo, ma se non riesci a svignartela è qui che ti tocca stare, finché l’uomo con la falce non tirerà fuori il cartellino rosso…

Volendo peccare di banalità, potremmo definire Una testa mozzata come una storia d’amore estremamente sui generis, condita con umorismo e lessico da pub, metafore tratte dal calcio, nichilismo e cinismo a quintali. La descrizione, per quanto limitante, calzerebbe alla perfezione a quest’opera di Irvine Welsh, il romanzo più breve che lo scrittore abbia mai pubblicato. Il titolo originale è Kingdom of Fife, ed è decisamente eloquente: innanzitutto perché spiega perfettamente che è il distretto con la sua gente pittoresca e stravagante il reale protagonista, e poi perché rende esplicito il gioco di parole fra Kingdom e King, il cognome del protagonista. Jason si sente il King del Fife, ma è straniero a casa sua, si sente fuori luogo, è un re destinato all’esilio volontario. Il romanzo non è certo spiacevole, perché Welsh è dotato di un talento fuori dal comune. La situazione è quella classica dei suoi lavori: un protagonista che si dibatte senza troppa convinzione fra lavori al minimo salariale e il sussidio di disoccupazione. Qui però le voci e i punti di vista si riducono a due, mentre l’autore ci ha abituati a tragicommedie che fanno della scomposizione dell’io narrante il loro cardine. Il lettore affamato vorrebbe una trama ancora più intricata e perversa, come il romanziere di Leith ci ha abituato, nonostante anche qui non manchino il gusto per il grottesco, le trovate geniali e le situazioni sconcertanti da far sbellicare dalle risate. Per veri amanti del genere e fan integralisti.



 

 

 

 
 
 
 

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