Una traccia del mio amore

Una traccia del mio amore
Il ragazzo ha già cambiato un sacco di case, perché i genitori hanno divorziato e la madre ci sta riprovando con altri uomini, uomini che il ragazzo e la sorella non amano particolarmente, così come non hanno amato il padre. Preferisce leggere, il ragazzo, starsene in camera sua e essere lasciato in pace. Alla scuola superiore si innamora di un compagno e inizia a buttarsi in avventure sentimentali che nel piccolo college di provincia non passano certo inosservate, tanto che il preside lo chiama nel suo ufficio e gli dice di darsi una regolata, altrimenti verrà espulso. Il clima in casa precipita, il patrigno lo picchia, il ragazzo scappa, vivendo un po’ qua e un po’ là fino al diploma. Poi, finalmente, può andarsene all’università in una grande città lontano da casa. Sceglie la città di una rockstar. Vorrebbe incontrarla, quella rockstar, così comincia a cercare la sua casa, a frequentare i locali che la celebrità frequenta quando è in città e, finalmente, riesce a conoscerla. L’uomo ricco e famoso, l’artista sensibile e tormentato, finisce per trovare interessante quel giovane intelligente, un po’ selvatico, pieno di passione. Fra aerei e concerti, stanze d’albergo e lettere scritte a mano, comincia una storia d’amore lunga tre anni, una storia che – in qualche modo – fin dall’inizio contiene i germi della fine...
Arriva finalmente in Italia, nella accurata traduzione di Matteo Colombo, un libro uscito più di dieci anni fa e che racconta una storia degli anni novanta, un tempo vicinissimo eppure lontano, un tempo in cui non c’erano i social network e i telefoni cellulari non erano ancora così invasivi. Cos’è questo libro: un memoir, un romanzo di formazione, una vendetta? Niente di tutto ciò. È il racconto di una storia d’amore, scritto con la pelle ancora scorticata e la penna intinta nel sangue. Non aspettatevi gossip, dettagli morbosi, volontà di creare imbarazzi nello star system. Douglas A. Martin, racconta di sé, di come è stato scivolare fra le braccia di Michael Stipe e restarci tre anni, assorbendo tutto quello che quest’uomo così famoso è stato capace di dargli, ma anche sapendo che tutto sarebbe stato destinato a finire. La voce scelta dall’autore segue un registro intimo, quasi da flusso di coscienza, la narrazione si sviluppa per frasi brevi ed essenziali, senza troppo rispettare un ordine cronologico nello sviluppo della vicenda. Sappiamo che quando l’autore scrive è ormai fuori da questa storia, eppure, allo stesso tempo, è come se il qui e ora si nutrisse ancora di quei giorni. La figura del giovane studente omosessuale, così ben raccontata da molti autori americani, assume qui un aspetto completamente nuovo. La taratura della luce (e quindi delle ombre) è diversissima dal liquido splendore dei cieli californiani che fanno da sfondo alle storie, ad esempio, di David Leavitt, Bret Easton Ellis o A. M. Homes. Nel mondo di Douglas Martin non ci sono piscine né ricche famiglie borghesi. C’è un’aria plumbea di povertà, fame, lenzuola sporche e sete d’amore, che sembra molto più vicina a certe canzoni degli Smiths. Ma anche dei R.E.M., in fondo.

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