Una trilogia palestinese

Chissà cosa starà facendo in quel preciso momento lei, mentre lui è rinchiuso in una cella insieme ad altre persone. Se lo chiede costantemente Mahmoud, giovane palestinese, mentre è costretto in una prigione sperduta di Israele. Ha iniziato lui a parlare di quella ragazza che l’anno scorso gli ha rubato il cuore, ma ora se ne sta quasi pentendo: chi lo ascolta non è in grado di capire il loro legame e lui non ha molta voglia di rinvangare quella storia. I suoi compagni di cella sono solo interessati a capire cosa si prova ad uscire con un’israeliana. La mente all’ultima volta che si sono visti; è stato quando l’hanno arrestato per la seconda volta, lui con le manette ai polsi e lei con il foglio di leva, appena ricevuto, esibito con orgoglio di fronte all’ufficiale che voleva impedirle di passare. Ma ormai è passato del tempo. È passata una guerra in mezzo e si sono trovati su due fronti opposti e contrapposti: lei con l’esercito israeliano, lui in una cella perché arabo palestinese. Forse ora lei è a Nablus, la città dove si sono conosciuti, e forse imbraccia un fucile. Forse, ora, sta interrogando o torturando una ragazza araba della sua stessa età. Bella come lo era lei prima. Non si sono detti addio, l’ultimo giorno insieme. Non si sono detti “Vai e torna”. Mahmoud le ha solo insegnato a fumare e lei gli ha insegnato che è meglio fumare in compagnia…

Mahmoud Darwish è considerato il più grande autore palestinese. Nato nel 1941 a al-Birweh, una città dell’alta Galilea ora non più esistente, è morto in esilio a Houston nel 2008. Una trilogia palestinese rappresenta una delle poche opere dello scrittore tradotte in italiano: dando coordinate spazio-tempo ben definite, Darwish racconta la sua esperienza di “straniero” nella sua stessa terra ovvero la Palestina. In Diario di ordinaria tristezza , che apre la raccolta, viene ricordata la giovinezza, nella quale le impressioni del giovane scrittore si intrecciano con le riflessioni dell’uomo adulto, di colui che è tornato ma senza esserlo davvero. La non comprensione di certi avvenimenti storici si mescola con la rabbia per essere scappato e con la frustrazione di trovarsi di fronte un interlocutore che non vuole capire. L’atmosfera magica del Medio Oriente impregna le pagine di questa raccolta: i colori accesi del tramonto, gli odori del caffè arabo e dei falafel, il terrore per le bombe sono i protagonisti di Memoria per l’oblio , scritto nel 1987 dopo l’invasione israeliana di Beirut. Per la seconda volta, Darwish si trova a dover lasciare quella che pensava avesse potuto sostituire la sua terra natia, scacciato dallo stesso invasore. Ma dalle parole traspare non più rabbia ma rassegnazione per un destino accettato come ineluttabile. Infine, la trilogia si conclude con In presenza dell’assenza , una riflessione poetica sulla poesia e sulla lingua: essere “presenti-assenti” identifica per lo stato Israeliano persone presenti fisicamente sul territorio ma prive di documenti, quindi di fatto che non esistono per lo Stato. Come Paul Celan, ebreo tedesco vissuto durante il nazismo, aveva trovato nella lingua la sua patria, allo stesso modo Darwish identifica la lingua come suo unico “documento” in grado di testimoniare la sua appartenenza alla Palestina.



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