Una vita libera

Una vita libera
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Nan Wu si è trasferito negli Usa nel 1985, e solo dopo un anno e mezzo la giovanissima moglie Pingping ha ottenuto il visto per raggiungerlo. Loro figlio, il piccolo Taotao, è rimasto invece dai nonni materni, a Jinan. La coppia all'inizio si barcamena tra mille lavori mal pagati, ma dopo molti mesi un colpo di fortuna fa loro trovare una sistemazione in casa di Heidi Masefield, una vedova benestante che vive nei dintorni di Boston. Gli Wu si sistemano nelle stanze all'attico della villa della donna, che in cambio di limitate pulizie (nella casa viene regolarmente anche una domestica) e piccoli servizi (anche qui poca roba, al giardino ci pensa il giardiniere) fornisce loro alloggio e 800 dollari al mese. Nel 1989, finalmente, si apre uno spiraglio per il visto di Taotao e il bambino viene spedito in aereo negli Usa, da solo. Taotao ha sei anni, e da quattro non vede il padre. La circostanza è insperata: sono infatti giorni convulsi in Cina, e il massacro di piazza Tienanmen ha strozzato le speranze di chi auspicava l'avvio di un processo di democratizzazione della Repubblica Popolare. Tra questi Nan, che anzi in una riunione tra studenti cinesi alla Brandeis University si è lasciato andare a frasi minacciose verso il regime, arrivando a teorizzare come metodo di lotta il rapimento dei figli degli alti papaveri del Partito Comunista Cinese impegnati in studi all'estero. Qualcuno deve aver riferito la cosa alle autorità, che da allora hanno sistematicamente boicottato ogni richiesta burocratica di Nan. Ma in qualche modo Taotao è sfuggito alla rete, e ora è qui con i suoi genitori. La cosa dovrebbe portare la serenità tra Nan e Pingping, ma non è così: lui è uno studioso di Poesia cinese e statunitense, un uomo spesso con la testa fra le nuvole e profondamente insoddisfatto della sua situazione professionale; lei una bellissima ragazza di provincia che ama le cose concrete e prudenti. Come se non bastasse, Nan non ama Pingping e lei lo sa: il cuore di lui è rimasto con una ex, tale Beina, una ragazza fredda e sprezzante che lo aveva fatto molto soffrire otto anni prima. Per sfuggire alla sensazione di inutilità che lo opprime, Nan si mette in cerca di un lavoro, e lo trova come custode notturno in una fabbrica: è un impiego tutto sommato tranquillo – tranne qualche vicissitudine con degli sbandati che sconvolge il benpensante cinese – ma dopo qualche tempo la fabbrica chiude i battenti e Nan deve ancora mettersi in cerca di un impiego...

Inversione a U nel quarto romanzo di Ha Jin, una delle voci più potenti della letteratura cinese contemporanea malgrado viva in esilio volontario da più di vent'anni: non più storie ambientate in una Cina rurale o di provincia nella quale uomini e donne cercano di sopravvivere e far sopravvivere i loro sentimenti sotto il giogo di un sistema kafkiano e gelidamente ottuso, ma il racconto in larga parte autobiografico delle vicende di una famiglia cinese di immigrati negli Usa, una saga familiare che attraversa molti anni della storia statunitense e soprattutto una struggente storia d'amore (che all'inizio nemmeno è amore) che commuove nel profondo, che ha il sapore del cibo di casa, il volto di un tenero realismo, Lo stile di Ha Jin, che per scelta scrive direttamente in inglese e non in cinese, è semplice e didascalico fino all'eccesso, e se questo da una parte può deludere chi non disdegna una digressione ogni tanto o addirittura l'uso di un aggettivo azzardato qua e là, dall'altra dona al romanzo una limpida naturalezza che ben si sposa con la storia 'qualunque' di un immigrato che giorno dopo giorno cerca di trovare la sua dimensione in famiglia e nella società. Un capitolo a parte merita la personalità del protagonista, Nan, capace di spiazzarci (e talvolta irritarci) a ogni pagina con scelte, reazioni emotive, approcci e comportamenti quasi sistematicamente opposti a quelli che un italiano medio avrebbe avuto di fronte alle stesse circostanze: il sintomo di una lontananza culturale che rimane profonda anche in chi si è trasferito nei nostri Paesi, probabilmente, forse condivisa dallo stesso Ha Jin e – chissà – vissuta con fastidio o dolore.

Leggi l'intervista a Ha Jin

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