Una vita non mia

Una vita non mia
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Alice ha deciso: prende il telefono, attiva il roaming, accede a Instagram e preme “Non seguire più” in corrispondenza del profilo di Mizuko. Ora è uscita dalla sua vita. È libera. Se ne pente un istante dopo, appena si accorge che Mizuko ha cambiato le impostazioni di privacy del profilo, e le immagini che compongono ogni frammento della sua esistenza non sono più visibili. Alice è disperata: preme di nuovo il bottone, questa volta su “Segui”, e attende impaziente che Mizuko accetti la sua richiesta... Alice si è trasferita a New York pochi mesi prima per vivere con la nonna paterna malata di cancro. Non la vede da quando, anni addietro, erano partiti in tre per il Giappone (Alice-mamma Susy-papà Mark) e poco dopo in due (Alice-mamma Susy) per Londra. Mark era nel team che avrebbe potuto scoprire il bosone di Higgs prima del CERN, se il Congresso avesse continuato a finanziare la ricerca. Di lui restano alcune scatole in soffitta, che Susy tiene nascoste ad Alice con ogni mezzo. Alice sente di avere molto in comune con Mizuko: il Giappone, l’assenza di un padre, l’essere approdate sole a New York. Attraverso Instagram, riquadro dopo riquadro, si accorge di quanto siano compatibili, di quanto sarebbe perfetto essere parte una della vita dell’altra. Certo, Mizuko è erede di una ricca famiglia di banchieri e insegna Scrittura creativa alla Columbia, mentre Alice si è appena laureata e non ha un soldo bucato. Avvicinarla, tuttavia, si rivela un gioco da ragazzi...

Lo abbiamo fatto tutti, o quasi, almeno una volta: usare i social network per spiare quel vecchio amico che non vediamo da una vita, l’ex fidanzata che ci ha traditi, una persona che ammiriamo disperatamente. Prima di soppiatto, solo ogni tanto, poi premiamo “Segui” e lo facciamo alla luce del sole. Viviamo la vita di quella persona, così perfetta, felice, e ci sentiamo meno soli. Ci basta sapere che ha bevuto un Mojito cool, o letto un romanzo “assolutamente divino”. C’è questo passaggio, nel romanzo: “Non avendo follower, a quei tempi facevo le foto solo per me stessa. Ma notai che c’era una differenza tra scattarle e basta e postarle rendendole pubbliche. La prima cosa mi faceva sentire normale. La seconda mi faceva sentire bene”. Poi vogliamo di più, perché il mondo vero è là fuori, fuori dallo schermo. Facciamo di tutto per incontrarla, quella persona, per vivere davvero, insieme, almeno qualche pezzetto di vita. È uno choc: i riquadri bidimensionali delle foto, la luce patinata dai filtri, sono una figura intera fatta di carne, e muscoli, e una voce. Sono un insieme di sguardi che cambiano e non il solo e unico dell’inquadratura. Per Alice, incontrare Mizuko è vivere quello choc: come un’Alice più celebre scivola nella tana del bianconiglio, cade in un turbine fra social e realtà che le fa perdere il controllo. Olivia Sudjic racconta con genialità le relazioni fra persone cresciute a pane e Internet, una generazione che è anche la sua (Sudjic ha meno di 30 anni). Siamo bravi tutti a ricevere uno o tanti like, ma come si piace alle persone vere? Di più: come possiamo piacere a noi stessi?



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