Una vita in secca

Una vita in secca
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Davide ha origini istriane, fa il medico a Venezia. Sparisce durante un incidente aereo. Non si sa che fine abbia fatto né la carcassa dell’aereo né il suo corpo. Tra le cartelle cliniche dei suoi pazienti, che cura andando oltre il fondamentale approccio clinico, viene ritrovato il suo diario. Chi lo trova lo spedisce a Johnny K. Paries, il suo amico di New Orleans. Dentro è narrata una storia di frontiera di una Jugoslavia che poi diventa ex-Jugoslavia e poi Slovenia e poi semplicemente Castello-Kaštel, una città affacciata sul mare sulle cui rive arrivano navi e carcasse di ermellini, bambini affogati. Una città che avvolge storie nelle brume e nella malinconia atavica che soffoca gli esuli, quelli che restano - anch’essi fatti di acqua - quelli che ricordano e quelli che hanno un costante e indefinitamente languido legame con la fine. Davide Santin appunta tutto sul suo diario. Gli incontri coi pazienti ai quali deve comunicare l’amputazione di un piede in cancrena per un diabete galoppante diventano più che una diagnosi: diventano un trattato di filosofia. E così anche le partite a basket con Joe Santo, il suo amico di New York, le chiacchiere coi pescatori. Persino il mare, i morti, il passato, lo smembramento, la morte di un cane sono pretesto di escatologia, motivo di riflessione sulla vita ma, con più lancinante profondità, sulla morte che passa su tutto e accarezza visi, peli arruffati e l’acqua e le frontiere…

Un non-romanzo. Difficile collocare l’opera di Curavić così com’è, priva di una trama, di un andamento organico, di una struttura perlomeno abbozzata. Difficile poterne scrivere qualcosa che non prenda principio da alcuni dati certi. Lo sviluppo della storia ha due costanti da cui tutto parte e alle quali tutto torna: l’acqua e la frontiera. A volte si confondono, diventano segmenti di una medesima retta; altre volte si sovrappongono tracciando il profilo frastagliato di una costa o il confine al di là del quale si guarda lo straniero e il diverso con un carico di livore e di sospetto. L’acqua e la frontiera, due elementi certamente esteriori ma, ancora più distintamente, elementi interiori, impronte nello spirito del senso di abbandono, nostalgia, distacco, quasi una forma astratta e dolorosa di nichilismo. L’altro dato certo è quello dentro il quale tutto il resto si perde, e riguarda la forma. Tre aspetti saltano agli occhi con prepotenza: l’assenza di un editor, l’assenza di un correttore di bozze, l’assenza di pudore nel dare alle stampe un lavoro debole dal punto di vista formale, estetico e narrativo. Abbiamo già accennato alla labilità della trama. Pur trattandosi di un diario romanzato, questo non consente di deflettere dall’esigenza di corredare la scrittura di una sua solidità intrinseca. Qui, invece, siamo davanti ad un’opera confusa, incerta, instabile, non strutturata, lasciata vagare secondo l’estro espositivo del momento e poi abbandonata intatta, senza revisioni, asciugature, correzioni dei più elementari e banali errori; con tutti i suoi antiestetici spuntoni a vista, gli orridi, le lacune e gli strapiombi che ingoiano storie e personaggi. Curavić utilizza un linguaggio enfaticamente pedante e involuto, noioso, certamente ricco di immagini, metafore che registrano una fervida immaginazione. Troppo fervida e troppo ricca di déjà-vu. Un maldestro tentativo di ridurre a cifra originale e personale quello che è diventato da secoli luogo comune e immaginario collettivo. Si prende anche la libertà delle divagazioni alla Saramago senza nemmeno lontanamente riuscire ad intercettare il lembo dell’ombra di Saramago. Gravi sviste ortografiche - anche sulla quarta di copertina e sul dorso - grossi problemi di coniugazione verbale, errori marchiani sulla punteggiatura confezionano egregiamente un esempio da manuale di pressappochismo editoriale, delle cose malfatte, mal concepite, buttate nella mischia con tanta sciatteria da togliere il fiato.



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