Una vita violenta

Roma, 1949. Tommaso Puzzilli ha tredici anni e abita in un villaggio di baracche sulla strada tra Pietralata e Montesacro, “poco prima del punto dove la cloaca del policlinico sbocca nell’Aniene” con la sua famiglia di ex contadini di paese sfollati durante la guerra. Le giornate le passa a giocare a pallone con gli altri ragazzini “tra l’immondezza, la fanga, le cagate” facendo il bullo con i più piccoli, a spiare prostitute bruttissime e rozze farsi sbattere da giovani militari tra l’immondizia, a competere con l’amico Lello per rimanere in classe “a fà le pulizie” e prostituirsi con il maestro di scuola, a scorrazzare per Roma con una banda di disgraziati, rubando qualche macchina e rimediando tra i rifiuti materiale da rivendere per potersi permettere una pizza a Trastevere o le sigarette. A casa – se una baracca si può definire casa – ci passa giusto per dormire e mangiare il poco che gli prepara la madre sotto lo sguardo dei fratellini piccoli sporchi di moccio. La domenica nella sala del Partito Comunista c’è la musica: si balla, ci si ubriaca, si ciancicano gomme americane con la bocca aperta, si ride sguaiatamente. Ma il resto della settimana i comunisti sono i nemici: un pomeriggio di dicembre che cade giù “un’acqua così fitta e leggera che si scioglieva prima di arrivare sul selciato”, Tommaso, Lello e il Cagone vanno a Ponte Garibaldi in tram e si incontrano con tanti altri ragazzi che convergono là arrivando da tutti i quartieri di Roma, sia borgate che quartieri “normali”. Vanno al Pantheon a protestare sotto l’alberghetto di via del Sole, dove alloggia una delegazione di cecoslovacchi: la piazza è piena di fascisti che urlano, insultano, tirano secchiate di merda sui muri e sulla porta dell’albergo. Arriva la polizia e Tommaso, con i pischelli di Pietralata, si lancia in una corsa a perdifiato per le strade del centro: “Daje che ce fanno ‘na p…, le madame!”…

Pubblicato nel 1959 dopo un lavoro di scrittura durato quattro anni e una profonda revisione guidata dall’editore, che convinse Pier Paolo Pasolini a eliminare o sfumare una serie di passaggi per evitare denunce per oscenità e il calvario giudiziario appena affrontato con Ragazzi di vita (precauzione rivelatasi inutile, perché il libro subì lo stesso un processo nel 1960 per “contenuto pornografico” finito con l’archiviazione), questo romanzo nasce, secondo la leggenda, dall’incontro fortuito alla fermata di un autobus una sera “del 1953 o forse del 1954” tra lo scrittore e un ragazzo della borgata Pietralata, che gli raccontò una storia di vita molto simile a quella di Tommaso Puzzilli. Il ricorso al dialetto romanesco del romanzo precedente qui si approfondisce, si esaspera: Una vita violenta è in questo senso il secondo e decisivo passo di un percorso che addirittura per compiersi costringerà l’autore a cambiare medium artistico, passando al cinema: “Ho voluto adoperare una tecnica diversa spinto dalla mia ossessione espressiva. Ho voluto cambiare lingua abbandonando la lingua italiana, l'italiano; una forma di protesta contro le lingue e contro la società”, dichiarò al riguardo Pasolini. Apparentemente si tratta di un romanzo di formazione, un bildungsroman persino massimalista nella sua simmetria: il protagonista vive il passaggio attraverso il degrado, il sesso che sa essere soltanto ferino, il carcere, la malattia, la crescita sociale con l’assegnazione di una casa popolare, la scoperta dell’amore (sebbene ancora venato di brutalità), il riscatto come uomo con il sacrificio della propria vita durante un disastro naturale. Parallelo al suo percorso umano corre quello politico: Tommaso prima è fascista (per ignoranza, per logica di branco), poi democristiano (per convenienza, per voglia di normalità), infine diventa comunista (finalmente per vera consapevolezza). Ma Pasolini non era così ingenuo da raccontare così linearmente “le mirabili sorti e progressive” di questo giovane, feroce borgataro romano del dopoguerra. Egli passa dall’animalità all’umanità, dall’istinto bestiale alla coscienza civile però senza scacciare le ombre, la violenza, l’orrore che continuano a vivere nella sua anima, perché la formazione di Tommasino Puzzilli è monca, irrisolta, incompiuta: il tormentato protagonista “è emblema della società in cui vive, che è squallida, degradata, disumana, pidocchiosa, misera, ma che nonostante tutto travolta da un’onda più grande di lei, a piccoli insignificanti passi cambia, muta, si trasforma, pur conservando una sostanza sempre uguale, sudicia, che la contraddistingue”, come fa argutamente notare Francesco Capaldo. “E che, conoscheno ‘a vita questi? Eppure me ce vorrebbe mischià, in mezzo a loro! Mannaggia la morte, vorrebbe pure io esse stato ammaestrato così, esse bravo ragazzo come loro!”, riflette tra sé e sé Tommaso Puzzilli da Pietralata. Il suo confuso anelito alla normalità però fallisce. E così anche la sua lotta altrettanto confusa (e appena abbozzata) contro le ingiustizie sociali. Rimane di lui solo il ricordo, l’ombra di una vita violenta. Violenta come tante del suo tempo e del suo quartiere. Nel 1962 Brunello Rondi e Paolo Heusch hanno tratto dal romanzo un film non molto riuscito che tentava di sfruttare il successo di Accattone. Contrariamente a quello di Tommasino, del loro tentativo non è rimasto nemmeno il ricordo.



 

 

 

 
 
 
 

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