Una volta l’estate

Una volta l’estate

Maya è a terra, in una pozza di sangue: ha appena partorito Arturo, il suo bambino, e Anya – la postina dal cuore di ghiaccio – glielo ha portato via. Glielo ha sfilato dalle braccia, lentamente. “ Risolverò tutto”. Maya grida forte, gli occhi chiusi, ma nessuno può sentirla. Dov’è Edoardo, la sua salvezza? Dov’è quel marito che è dovuto partire per una guerra assurda, lasciandola in balia di se stessa proprio nel momento in cui aveva più bisogno di lui? Ma al momento della partenza nessuno dei due sapeva di quella piccola vita che cominciava a crescere. E poi, Maya è nella stanza numero 25: rannicchiata su se stessa, assente, muta, chiusa in quello stesso mutismo che l’aveva colpita molti anni prima, da bambina, in seguito alla morte di suo padre. È persa nel suo mondo di colori, ora intensi, ora sfumati: capita a tutti gli artisti di vivere una vita immaginaria e lei è una pittrice, o almeno, lo era prima del suo matrimonio con Edoardo, prima di trasformarsi suo malgrado da ragazza ribelle e anticonformista, priva di freni inibitori, a mogliettina fedele e premurosa. Il dottor Traversi non riesce a formulare una diagnosi: un disturbo dissociativo, una lieve forma di schizofrenia. Difficile a dirsi. Difficile capire cosa è successo, perché la personalità di Maya non risponde secondo linee prestabilite ma è chiaro che nella donna coesistono due soggetti, uno pensante e uno desiderante, due forme identitarie perennemente in lotta fra loro…

 

 

Visionario e graffiante, difficilmente inquadrabile in un genere specifico (l’autrice parla di thriller psicologico), Una volta l’estate – scritto a quattro mani da Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi, due fra i giovani autori più originali del panorama narrativo italiano – non è quel che si dice un libro scorrevole e di immediata comprensione data la sua particolare costruzione: attraverso la moltiplicazione degli “io narranti”, a cui corrispondono i brevi, numerosi e intensi capitoli di cui il libro è composto, la sfida per il lettore è ricomporre il puzzle di un’esistenza alla deriva seguendo una linea temporale impazzita, con il passato e il presente che si intersecano veloci come schegge. Maya ed Edoardo si trovano nel bel mezzo del loro “inverno” di coppia, ma l’estate non ha abbandonato solo i due fragili coniugi: tutta l’umanità è attraversata dal gelo, sotto i colpi di una guerra che anche se non sembra, ci riguarda tutti da molto, molto vicino. Edoardo parte per il Medioriente (destinazione non specificata ma facilmente intuibile) e la protagonista, lasciata sola, è costretta a guardare oltre lo specchio della sua esistenza fasulla, voluta da tutti – in primis da sua madre ‒ ma da lei stessa disprezzata; in compagnia dell’onnipresente spettro di suo padre, di cui Maya ha ereditato i lati più oscuri e peccaminosi e della cui misteriosa morte si è sempre sentita in qualche modo responsabile, la donna sente il disagio (quello stesso disagio che un tempo era solita sfogare sopra una tela) premere pericolosamente per rompere gli argini. Così la realtà esplode: i contorni a fatica definiti si disgregano, le cose non hanno né un nome, ne una collocazione; tutto è sfocato, appena accennato, sussurrato. I frammenti colpiscono Maya – e il lettore con lei – con una forza inaudita: difficile pensare che l’estate possa tornare, ma il calore di un sentimento sincero, a volte, può riuscire a penetrare la coltre più fitta.



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